“Una vera avanguardia di Paesi che può accelerare il processo d’integrazione”, dicono i suoi sostenitori. “Una cooperazione rafforzata che non tiene conto delle esigenze sociali e rischia di creare una spaccatura insanabile tra i Paesi di prima fascia e il resto dell’Unione”, ribattono gli scettici. L’idea di un’Europa a due o più velocità è entrata concretamente nel dibattito politico solo negli ultimi mesi, ma ha rapidamente conquistato consensi. La possibilità è stata messa ufficialmente sul tavolo da Angela Merkel alla vigilia delle celebrazioni dei Trattati di Roma, e nel continente ha riscosso plausi trasversali. In Italia, tra gli altri, quelli di Romano ProdiPaolo Gentiloni.

L’idea è quella di creare un nuovo livello di integrazione e cooperazione in diversi ambiti che non comprenda, almeno inizialmente, tutti i 28 Paesi membri, 27 dopo l’uscita della Gran Bretagna. Un modo, questo, per permettere ai governi di scegliere in quali settori, dall’economia alla difesa, dall’immigrazione all’ambiente, dare il via a un livello più avanzato d’integrazione con l’obiettivo, nel tempo, di accogliere il maggior numero di Stati europei. “Le due velocità, in realtà, esistono già, basti pensare all’Eurozona, che comprende solo 19 Paesi, o all’area Schengen – spiega a IlFattoQuotidiano.it Jean-Paul Fitoussi, economista francese, docente dell’Istituto di Studi Politici di Parigi e dell’Università Luiss di Roma, che da anni sostiene la necessità di un’Europa a più velocità – quindi perché alcuni Paesi, quelli fondatori, non dovrebbero portare avanti un’integrazione più avanzata? In questo modo si creerebbe un’avanguardia di Stati che avvierebbe un processo volto a includere, col tempo, anche tutti gli altri Paesi”. Un esempio: la creazione di un ministero delle Finanze europeo: “Ipotizziamo che 4 o 5 Paesi vogliano un’autorità fiscale comune. Avremmo tre livelli: gli Stati dell’Ue che non hanno aderito all’unione monetaria, quelli dell’Ue che fanno anche parte dell’Eurozona e, infine, quelli che hanno anche un’autorità fiscale comune. Se questo ultimo e più avanzato gruppo rimane aperto ai Paesi che, in futuro, ne vorranno far parte, dov’è il problema?”.

Tra gli scettici, invece, c’è Vittorio Emanuele Parsi, direttore dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica di Milano: “Si tratta – dice a IlFattoQuotidiano.it – di una serie di cooperazioni rafforzate in differenti ambiti che, però, non tengono in considerazione le esigenze sociali dell’Europa. Il problema è che intese di questo tipo esistono già, Schengen e l’Euro sono due esempi, ma questo non ci ha reso immuni da quelli che oggi sono i due problemi principali dell’Unione: uno stato di stallo nel processo di integrazione europea, con una tendenza dei singoli Paesi a perseguire i propri interessi, e una situazione di immobilismo dell’Europa che è diventata insostenibile”.

Oggi, però, i sostenitori dell’Europa a due velocità sono in continuo aumento, anche tra coloro che in passato avevano bollato questa strada come impraticabile. Una grande occasione, sostengono, l’unica strada percorribile. “Non è cambiato niente rispetto a qualche mese fa – continua Parsi – quando questa ipotesi non era sul tavolo. Solo che oggi, per utilizzare una metafora sportiva, è una palla che qualcuno reputa interessante perché è l’unica che sta rotolando in campo. Questo, però, non vuol dire che quel pallone non possa trasformarsi in un autogol che potrebbe causare anche la disgregazione dell’Ue”.

Il rischio, dice il direttore dell’Aseri, è quello di aumentare e accelerare la spaccatura esistente tra i Paesi di prima fascia e il resto degli Stati membri. “I Paesi più forti cercheranno di girare gli accordi a proprio favore. Con un nucleo centrale di Stati la Germania, ad esempio, vedrebbe crescere ulteriormente la propria leadership europea, questo perché lei, come la Francia, ha un peso maggiore all’interno del Parlamento e delle altre istituzioni europee. Si creerebbe un ancora più ristretto gruppo di Paesi che prendono le decisioni, e la Germania ne sarebbe a capo. Angela Merkel lo sa, in gioco c’è la leadership tedesca”. Una prospettiva del genere, aggiunge Parsi, potrebbe risultare fatale per l’Ue, gettando alcuni Paesi tra le braccia della Russia di Vladmir Putin che vorrebbe guadagnare maggiore influenza all’interno dell’Europa occidentale: “Siccome il Gruppo di Visegrád (formato da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, ndr) ha agito da freno su alcune politiche europee, si è pensato bene di creare un altro gruppo ristretto che agisca da acceleratore. Il problema è che così facendo la spaccatura interna potrebbe diventare insanabile e la Russia potrebbe inserirsi in questo scontro”.

Tutti rischi che, secondo Fitoussi, non esistono. L’Europa a due velocità permetterebbe, spiega l’economista francese, di uscire dall’immobilismo che affligge l’Unione Europea e, allo stesso tempo, evitare la concentrazione di potere nelle mani di singoli Paesi: “Oggi – dice – dobbiamo rispondere ad alcune esigenze, ma non riusciamo a farlo a causa dell’immobilismo cronico che caratterizza questo periodo. Dobbiamo adoperarci su temi come l’immigrazione, la difesa comune, la politica estera, le politiche energetiche e ambientali, ma soprattutto dobbiamo risolvere il problema della disoccupazione e della mancanza di crescita. Un’avanguardia come quella che ho descritto, si farebbe promotrice di politiche che rispondano a queste esigenze, sperimentandole per poi allargarle a tutti i Paesi. Non è esclusiva, ma inclusiva. Pericolo di un accentramento del potere? Non esiste. Primo, perché si eliminerebbe il potere di veto che permette a un singolo Paese di tenere in ostaggio tutta l’Ue. Secondo, perché se, per esempio, un ministro delle Finanze comune o un singolo Paese volesse imporre l’austerity, gli altri membri del gruppo di testa lo impedirebbero”.

I fautori di questa visione, ribatte però Parsi, commettono l’errore di “guardare il dito e non la Luna”, di perdere di vista l’obiettivo e la necessità principale: recuperare una comunione d’intenti e favorire un riavvicinamento di tutti i Paesi membri sotto regole e obiettivi condivisi. “Il dibattito sulle velocità – dice – oscura la discussione più importante sul che cosa si vuol fare e per andare dove. Un esempio è la discussione sulla Difesa comune nell’ambito dell’Europa a più velocità. Mettiamo che i quattro Paesi che si sono da poco ritrovati a Versailles (Germania, Italia, Francia e Spagna, ndr) decidano davvero di creare una Difesa comune europea. A parte il fatto che esistono già dei battlegroups che non sono mai stati utilizzati, ma una cooperazione del genere porterebbe comunque a dei risparmi. Ma quello militare è uno strumento che funziona solo se c’è unità e comunione d’intenti che, ad esempio, non si è trovata in materia monetaria e sull’immigrazione. Senza unità, le diverse velocità non servono a niente”.

Entrambi gli esperti sono concordi sul fatto che, nel caso di un’Europa a più velocità, l’Italia non potrebbe che trovarsi nel nucleo di testa. Ma le motivazioni sono diverse e non sempre positive. “L’Italia è uno dei Paesi fondatori – conclude Fitoussi – e in quanto tale non potrebbe che ritrovarsi nel nucleo di prima fascia. Farebbe parte dell’avanguardia”. “Per il ruolo e il prestigio che l’Italia deve necessariamente mantenere a livello europeo – risponde Parsi – l’Italia non può non stare nel gruppo di testa. Se da una parte questo è positivo, dall’altra ci troveremmo in un gruppo di Paesi più forti e alle quali decisioni dovremmo sottometterci, legittimando così le loro decisioni. Non abbiamo la forza degli altri grandi Stati e siamo costretti ad allinearci alle loro decisioni. Basta vedere cosa è successo a Matteo Renzi: ha fatto la guerra in Europa senza averne le armi. Non abbiamo la possibilità e le risorse per essere i riformatori dell’Unione”.

Twitter: @GianniRosini