Matteo Renzi avrebbe votato la decadenza da senatore di Augusto Minzolini. Il cerchio si chiude, d’altra parte: dopo Graziano Delrio, dopo Marianna Madia, alla fine anche il leader conferma quale linea sarebbe stata la preferita. Dopo una settimana, dunque, diventa noto quale sarebbe stata l’impostazione da tenere secondo l’ex segretario democratico. Nessun accenno al fatto che sarebbe stato forse meglio dirlo prima, invece che dopo visto che tre quarti dei senatori che hanno votato contro la decadenza erano di corrente renziana e la stessa proporzione era tra gli assenti al voto. Fatto sta, ora – dopo che il voto è già sepolto – Renzi dice al CorriereLive che avrebbe votato a favore della decadenza “non perché penso che questa vicenda non sia molto strana, ma perché non penso che il Senato sia il quarto grado della magistratura“. Parole chiare che, dette prima del voto, forse avrebbero avuto un peso.

Una sottolineatura che fa per esempio Dario Ginefra, deputato Pd sostenitore di Michele Emiliano nella corsa alla segreteria. “Renzi governa ancora il partito – spiega – e i gruppi parlamentari e i suoi sostenitori sono stati tra i protagonisti principali del salva Minzolini e non è credibile quando afferma che avrebbe votato per la decadenza”. “Delle due l’una – conclude – o non ha il controllo dei suoi uomini o siamo chiaramente di fronte all’ennesima bufala. Non so quale delle due auspicare”.

Sulla questione Minzolini, è tornato anche il capogruppo di Forza Italia Paolo Romani, con un intervento pubblicato dal Giornale. Romani nega una volta di più uno scambio con la mozione di sfiducia al ministro Luca Lotti. E in particolare sulla salvezza di Minzolini aggiunge di trovare “gravissime le affermazioni di autorevoli esponenti del Pd che avrebbero auspicato un’indicazione politica di voto sul senatore Minzolini, contraddicendo quella libertà individuale di giudicare dei titoli di ammissione dettata dalla Costituzione stessa”. Per Romani si tratta di “un voto assolutamente legittimo e pienamente conforme ai dettami costituzionali”. “Nessun automatismo dunque, nessuna presa d’atto passiva, come hanno ricordato illustri costituzionalisti, può essere imposta da una legge di rango inferiore, la legge Severino appunto. È questa la ragione per cui risulta indispensabile una revisione della legge e dei suoi margini di ambiguità, che già una volta, nel caso del voto sulla decadenza del presidente Berlusconi, hanno portato all’errata interpretazione e all’equivoco dell’applicazione automatica”.