Gruber non ha puntato sulla questione sociale: così Vannacci è destinato al trionfo
Esattamente come accadde negli anni Trenta del Novecento, c’è soltanto uno scenario che può favorire l’esplosione vittoriosa di un personaggio ambiguo, reazionario, ideologicamente aggressivo e centrato sull’individuazione di categorie umane da colpire o comunque discriminare (immigrati, omosessuali, individui che non si riconoscono nella sessualità binaria, etc.), nonché nazionalista spinto, quale è Roberto Vannacci.
È bene sapere che quell’unico scenario che può vederlo trionfare è esattamente lo stesso in cui ci troviamo oggi: possiamo definirlo lo scenario del degrado che lo circonda. Un degrado politico, culturale, socio-economico. Lo si è potuto osservare in forma icastica durante la trasmissione condotta da Lilli Gruber su La7, cioè Otto e mezzo.
La conduttrice pensava di avere gioco facile nell’evidenziare le posizioni quantomeno discutibili del Generale, incalzandolo – peraltro in maniera sguaiata – fondamentalmente sui diritti civili: gay, quote rosa e questione femminile in genere, immigrazione etc. Fino alla domanda clou: “Ma se una delle sue figlie le rivelasse di essere gay?”.
Siamo dalle parti dell’avanspettacolo e poco più. Buono per l’audience della trasmissione su La7 – di cui infatti non si discute l’efficacia – ma rovinoso sul piano politico.
Sì, rovinoso. Innanzitutto perché Vannacci – al di là delle sue posizioni discutibili (ma quali non lo sono?!) – è persona educata e cortese, doti con cui ha gioco fin troppo facile nel replicare con buon senso, mettendo in evidenza quelli che sono i deliri ideologici di una élite radical chic piuttosto lontana dal sentimento e dalle problematiche quotidiane della gente comune (sull’immigrazione, ma anche su questioni rispetto alle quali è lecito nutrire dubbi e consentirsi dei limiti logici, come sulle quote rosa o sui diritti da accordare a ognuna delle categorie della coloratissima galassia Lgbtq+).
Ma soprattutto rovinoso – l’avanspettacolo televisivo – perché totalmente incurante della questione sociale. Sì, i diritti sociali fatti a brandelli nel nostro tempo sciagurato sono quelli che davvero colpiscono il benessere, le possibilità e la dignità delle persone (alcune delle quali rientrano nelle stesse categorie fatte oggetto di contesa dalla Gruber).
Similmente a quanto accadeva negli anni Trenta, infatti, ci troviamo di fronte a uno scenario sociale in cui una élite privilegiata di tecnoliberisti incamera profitti esorbitanti e moralmente vergognosi, tantopiù perché ottenuti facendo carne da macello dei lavoratori e in generale dei diritti delle classi sociali subalterne. Tutto ciò nella totale incapacità manifestata dalle forze progressiste di profilare scenari alternativi, credibili e percorribili al fine di realizzare un modello sociale alternativo a quello vigente.
Sempre tutto ciò, anche in mezzo al degrado culturale di mass media perlopiù genuflessi e acritici rispetto a un potere governativo o privato che li tiene in vita aspettandosi un tornaconto. Potere politico, fra le altre cose, sul cui degrado etico e culturale si sono raggiunti livelli imbarazzanti e distruttivi, ma del resto servono proprio così al vero potere del nostro tempo, quello tecno-finanziario.
Ma anche in mezzo al degrado di una classe intellettuale largamente ripiegata su se stessa, chiusa nelle torri eburnee di accademie in cui si fa carriera fra concorsi truccati e prestabiliti, cooptazioni all’insegna della mediocrità tramandata, disimpegno pubblico anche per mancanza di connessione reale coi problemi effettivi delle persone.
Poi accendi la televisione, e vieni catapultato in una sorta di teatrino dell’assurdo, in cui la presentatrice finto progressista di turno incalza il bruto reazionario sulle quote rosa, sull’apocalisse omosessuale, su come farebbe (poverino!) se scoprisse che una figlia è gay, sul razzismo contro gli immigrati, salvo sorvolare sul fatto che, nel frattempo, gli immigrati che lavorano vengono sfruttati brutalmente a livello economico, da un sistema sociale abbrutito, con la complicità indiretta di una Sinistra troppo impegnata a godere dei colori dell’arcobaleno per considerare che lo stesso è visibile proprio perché in realtà sta piovendo.
Vannacci, come ha fatto la Destra attualmente al governo prima di lui, strumentalizza le vittime del sistema (gli immigrati, in questo caso) per fomentare un popolo in larga parte impoverito, spaventato e in una condizione di profondo disagio esistenziale. Ma non è cosa molto diversa da quanto fa la Sinistra, difendendoli solo formalmente ma lasciando sussistere un sistema che li sfrutta e, quindi, facendo loro un danno, oltre a esacerbare l’esasperazione dei cittadini italiani.
In un contesto siffatto – con la Destra al governo che ormai ha mostrato tutta la sua accondiscendenza verso i poteri forti, pari soltanto alla sua incompetenza o comunque non volontà di occuparsi del popolo e della giustizia sociale – sarebbe un errore imperdonabile quello di sottovalutare il partitino ancora in embrione del prode Generale.
Accadde in questa maniera negli anni Trenta del Novecento, ed è davvero un attimo che lo scenario si ripeta sotto agli occhi dei contemporanei. Cioè che i tantissimi insoddisfatti della politica (tra cui il 50% di elettori non votanti) ricerchi per disperazione la soluzione nel generale Vannacci. Una figura politicamente riprovevole, a mio avviso, destinata a trionfare in uno scenario ancora più riprovevole.