Le trattative con Bruxelles per il salvataggio del MontePaschi con denaro pubblico proseguono. Lo ha confermato il portavoce della commissaria europea alla Concorrenza Margrethe Vestager, che ha definito “fruttuoso” l’incontro con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan per fare il punto sui problemi del settore bancario italiano e, in particolare, sul caso dell’istituto senese per il quale il Tesoro intende fare ricorso alla ricapitalizzazione preventiva. Lo stesso ministro Padoan, poi, al termine della riunione Ecofin ha confermato che si continua a “lavorare ai dettagli tecnici sul come applicare in pratica la misura di ricapitalizzazione precauzionale che il governo ha lanciato e che deve essere ovviamente utilizzata in base a regole europee molto chiare”. Padoan ha poi sottolineato che “non ci sono scadenze. Si sta lavorando per minimizzare i tempi ma anche per trovare soluzioni stabili, durature e solide”.

La questione è molto complessa non solo dal punto di vista tecnico (è la prima volta che in Europa si fa ricorso alla clausola della ricapitalizzazione preventiva), ma anche “politico” perché occorre evitare in tutti i modi che l’intervento pubblico nel capitale dell’istituto senese possa configurarsi come un aiuto di Stato e introdurre dunque elementi distorsivi della concorrenza. Dunque, oltre alle tecnicalità dell’intervento – a partire dalla quantità di capitale necessaria, provvisoriamente fissata dalla Bce in 8,8 miliardi (ma il conto potrebbe salire in ragione delle sofferenze che sono ulteriormente cresciute e, soprattutto, dell’esito dell’ispezione sui crediti della banca) – sotto la lente d’ingrandimento ci sono anche i tempi dell’uscita dello Stato dal capitale della banca, che devono essere fissati preventivamente proprio per garantire che si tratta solo di un intervento temporaneo.

Il fatto che siano passati già tre mesi dalla richiesta di ricapitalizzazione preventiva fa capire la difficoltà dell’operazione che si basa peraltro su una bozza di piano industriale che è stata essa stessa al centro di una difficile trattativa con Bruxelles che, secondo indiscrezioni, non riteneva adeguati gli interventi proposti sia in termini di tagli al personale, sia soprattutto di riduzione delle filiali. Resta poi da sciogliere il complicatissimo nodo delle sofferenze (oltre 28 miliardi di euro) che ora Siena vorrebbe cedere in blocco a una sorta di bad bank interna a un valore indicativo del 25%, valore che resta di gran lunga al di sopra di quanto il mercato sembra disposto a pagare.

La strada del salvataggio di Mps resta dunque in salita, mentre la crisi delle due ex popolari venete torna a fare paura. Sia la Popolare di Vicenza sia Veneto Banca nei giorni scorsi hanno chiesto di ricorrere alla ricapitalizzazione preventiva, ma la richiesta non è ancora stata ufficializzata a Bruxelles e – come ha spiegato il ministro Padoan – il dialogo con la Commissione sugli istituti veneti partirà solo in un secondo momento perché “adesso sta innanzitutto alla Bce decidere la sostenibilità delle due banche”. Il problema in questo caso rischia di essere proprio la mancanza di requisiti: il problema Mps si è posto perché nel luglio scorso la banca senese non ha superato gli stress test, evidenziando una carenza di capitale in un ipotetico scenario avverso. Le due venete, invece, sono riuscite lo scorso anno ad evitare il bail in solo grazie al “sacrificio” del fondo Atlante che ha sottoscritto integralmente i due aumenti di capitale e oggi si ritrovano nuovamente con il fiato corto e un fabbisogno di capitale che, nella migliore delle ipotesi, si aggira sui 5,5 miliardi di euro.

Il problema con la ricapitalizzazione preventiva è che non può essere accordata per coprire perdite certe e prevedibili o a sostegno di istituti in dissesto, quali sembrano essere Popolare Vicenza e Veneto Banca. Starà appunto alla Bce e alla Commissione valutare se in questo caso ci sono i requisiti per la ricapitalizzazione preventiva. Intanto, dopo settimane di pressing sui propri azionisti, le due banche si avviano a chiudere l’offerta di transazione per togliere il macigno dei contenziosi legali dalle fragili spalle dei loro bilanci. Il termine è fissato per mercoledì 22 marzo e l’obiettivo minimo dichiarato era di raggiungere perlomeno l’80% di adesioni, ma con ogni probabilità i due istituti controllati dal fondo Atlante dovranno accontentarsi di una percentuale inferiore, perché sono molti i piccoli azionisti che hanno deciso di far valere comunque le proprie ragioni a fronte delle gravissime irregolarità di cui si sono rese protagoniste le due banche anche nella vendita delle azioni, nella determinazione del prezzo e financo nelle procedure di vendita (molti i casi di “scavalcamento” per favorire i privilegiati), per non parlare del resto. Tanto più che transando si rinuncia anche in favore delle due banche agli eventuali risarcimenti che spetterebbero alle parti civili in caso di condanna dei responsabili delle passate gestioni quando al timone c’erano Gianni Zonin e Vincenzo Consoli.

Molti grandi soci, tra cui diverse fondazioni bancarie, hanno invece aderito alla proposta di transazione di Popolare Vicenza e Veneto Banca: ultima in ordine di tempo la Fondazione Banco di Sicilia, che possiede azioni della popolare vicentina per un controvalore di appena 300mila euro ma che si va ad aggiungere alla Fondazione Cariprato e alla Fondazione Roi che avevano aderito nei giorni scorsi. Un risultato inferiore all’80% sarà ritenuto sufficiente o comporterà ulteriori problemi in termini di fabbisogno di capitale? Difficile a dirsi ora, ma per le due banche venete l’unica chance di salvataggio è legata alla fusione, che non creerà valore ma servirà piuttosto a ridimensionare i due istituti nel tentativo di trovare un equilibrio economicamente sostenibile e ritornare in tempi ragionevoli a un minimo di redditività.

E qui si pone il problema: in queste condizioni – due banche sostanzialmente decotte – è ammissibile il ricorso alla ricapitalizzazione preventiva da parte dello Stato? E qualora sia ammissibile, iniettando altri 5,5-6 miliardi di euro nelle due ex popolari venete in aggiunta ai 3,5 miliardi messi da Atlante meno di un anno fa, in quanto tempo pensa lo Stato di riuscire poi a cedere la propria quota (non rimettendoci) e uscire dal capitale? Non è azzardato dire che l’iter della ricapitalizzazione preventiva per Popolare Vicenza e Veneto Banca sarà molto più ostico e complicato di quello del MontePaschi. Intanto, il fondo Atlante guidato da Alessandro Penati dovrà decidere nei prossimi giorni se fare la propria parte, partecipando all’eventuale ricapitalizzazione delle due controllate, o lasciare che il proprio investimento venga azzerato dall’intervento dello Stato o dal possibile bail-in. Qualunque cosa decida di fare, però, è del tutto evidente che – a dispetto degli strali di Penati – le grandi banche hanno fatto più che bene a svalutare drasticamente le loro quote.