Ilva, iniziato lo spegnimento: l’acciaieria sarà definitivamente ferma entro la fine della settimana
Entro domenica sarà definitivamente finita una storia, tra le più controverse dell’industria italiana, iniziata il 19 novembre 1964. Quel giorno veniva acceso il primo altoforno dell’acciaieria di Taranto, mentre oggi – esattamente sessantadue anni dopo – sono iniziate le operazioni di spegnimento degli impianti che li tenevano in preriscaldo, una sorta di stand-by. Si concluderanno entro la fine di questa settimana, chiudendo per sempre l’epopea di ghisa e inquinamento dell’Ilva. Acciaierie d’Italia, la società che gestisce lo stabilimento e in questo momento in amministrazione straordinaria, ha comunicato alle organizzazioni sindacali di aver avviato martedì mattina – con l’aiuto dell’azienda Liz Italiana, specializzata nella costruzione di camini industriali – lo stop ai bruciatori utilizzati per mantenere caldi i cowpers degli altiforni.
È finita, quindi: i commissari stanno dando esecuzione al decreto della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio, confermato dalla Corte di Cassazione, che ha ordinato di sospendere ogni attività dell’area a caldo a causa dei problemi provocati ancor’oggi all’ambiente e alla salute con le sue emissioni e per il rischio potenziale dovuto alla presenza di 2.140 tonnellate di amianto all’interno della struttura degli altiforni. Non ci sarà alcuna appendice in quello che dal 2012 è stato un eterno gioco dell’oca, tra decreti di salvataggio e rilanci accennati ma mancati. L’Italia non avrà più un impianto a ciclo integrale – cioè nel quale si produce l’acciaio partendo dal coke e si arriva alla sua laminazione – e forse non avrà neppure più l’Ilva.
Attualmente, infatti, è ancora aperta la procedura di vendita per ciò che resta dell’acciaieria – le aree di laminazione sono infatti escluse dal decreto della magistratura – ma alla scadenza dell’8 novembre non è certo che arriveranno offerte da chi ha manifestato interesse, portando avanti la due diligence. La volontà di procedere della cordata messa insieme da Federacciai è appesa a un filo: la maggior parte degli acciaieri italiani coinvolti non vorrebbe procedere a causa dei costi, anche se il presidente uscente dell’associazione, Antonio Gozzi, ha lasciato una porta aperta nelle scorse sostenendo che “la decisione non è ancora presa”. La seconda opzione sarebbe il ramo di Jindal che fa capo a Naveen Jindal, fratello del magnate che controlla JSW, già impegnata a Piombino. Ma anche l’impresa indiana non ha ancora formalizzato il suo impegno.
L’unica certezza al momento è rappresentata dagli ammortizzatori sociali che quasi tutti i lavoratori di Ilva hanno davanti e dagli almeno 11mila esuberi nel futuro, tra diretti e indotto. I commissari straordinari hanno avanzato una richiesta di cassa integrazione per 8.622 dipendenti, circa il 90% della forza lavoro, e il piano di emergenza sviluppato per la gestione dei prossimi mesi prevede brevi periodi lavorativi a Taranto e Genova, grazie ad alcune commesse e a materiali acquistati sul mercato, mentre Novi e Racconigi resteranno fermi fino alla primavera. Tutti gli impianti, tra l’altro, chiuderanno dal 19 dicembre al 10 gennaio. Taranto, come comunicato ai sindacati dall’azienda, riattiverà i treni nastri per la laminazione nelle prossime settimane e si fermerà poi dal 14 dicembre. Una ripartenza è prevista a gennaio, ma la data non è ancora stata fissata, e durerà “circa un mese”, è stato spiegato ai rappresentanti dei metalmeccanici.