Quanto vale davvero il fondo Atlante? La domanda non è peregrina, tanto più dopo che Unicredit ha reso noto che per il 2016 effettuerà svalutazioni aggiuntive per circa un miliardo di euro rispetto a quanto annunciato a dicembre. Su questa cifra pesa soprattutto la decisione di svalutare appunto la quota detenuta nel fondo gestito da Quaestio sgr, la società che fa capo ad Alessandro Penati. Unicredit non ha precisato l’entità della svalutazione, ma dovrebbe verosimilmente trattarsi di una cifra non lontana dai 500 milioni di euro, vale a dire circa il 70% dei 686 milioni già versati nel fondo o il 60% se si considera invece l’impegno complessivo d’investimento che è pari a 845 milioni. La decisione della banca si inquadra in un’ottica di pulizia profonda dei conti ed è stata presa tenendo conto di non poter escludere di dover registrare anche in futuro “una riduzione anche significativa di valore dell’investimento”. Una mossa precauzionale dunque, che però ha prodotto più di un mal di pancia agli altri sottoscrittori del fondo e alla stessa Quaestio sgr perché Unicredit non è una banca qualunque, ma – data anche la sua rilevanza sistemica – è di fatto uno dei benchmark dell’intero sistema bancario italiano. Se Unicredit, a torto o a ragione, svaluta in modo rilevante la sua quota in Atlante, possono le altre banche fare finta di niente? E le autorità di controllo potranno poi girarsi dall’altra parte a fronte di valutazioni radicalmente difformi della stessa partecipazione nei vari bilanci? E cosa farà la Cassa depositi e prestiti che è uno dei maggiori sottoscrittori di Atlante e che è sottoposta al controllo della Corte dei Conti?

La mossa di Unicredit ha costretto Quaestio sgr a uscire allo scoperto. Con una nota la società presieduta da Penati ricorda che “al 31 dicembre 2016 il patrimonio del Fondo Atlante risulta investito in Banca popolare di Vicenza, Veneto Banca e nel fondo d’investimento mobiliare alternativo chiuso denominato Atlante II (il fondo che avrebbe dovuto acquistare le sofferenze del Montepaschi, ndr)”. Poi Quaestio precisa che una valutazione di queste partecipazioni “deve basarsi necessariamente su dati oggettivi e di pubblico dominio, deve tener conto delle prospettive di lungo periodo […] e non può fare riferimento a prezzi di mercato in quanto le partecipazioni non sono quotate”. Ciò detto, posto che al 30 giugno 2016 il patrimonio netto delle due banche venete “era significativamente superiore al valore dell’investimento complessivo effettuato” e considerata “la breve durata trascorsa dall’effettuazione dell’investimento”, Quastio sgr ritiene “che non sussistano adeguati elementi per discostarsi da una valutazione al costo storico degli investimenti”. Vale a dire che le quote di Atlante – secondo la sgr – valgono esattamente quanto valevano all’atto della loro sottoscrizione: circa 820mila euro a quota per un totale netto complessivo di 3,48 miliardi di euro. Un valore che Quaestio si riserva di aggiornare “non appena si renderanno disponibili nuove informazioni ufficiali e dati oggettivi che possano essere rilevanti ai fini di una nuova valutazione”.

Tuttavia, il valutatore indipendente incaricato da Quaestio, Deloitte Financial Advisory, attribuisce già oggi ad Atlante un valore inferiore di circa il 24% rispetto al valore iniziale dell’investimento (2,63 miliardi di Nav per un valore unitario delle quote di poco meno di 620mila euro). Come rileva il comunicato della società di gestione, però, la valutazione di Deloitte deriva da “una metodologia di calcolo che si è basata solo su multipli di mercato azionario, pur essendo in presenza di società non quotate e all’inizio di un profondo processo di ristrutturazione”.  Dunque, secondo Quaestio, la svalutazione operata da Unicredit è immotivata ed eccessiva perché non suffragata da dati oggettivi e bene farebbero tutti i sottoscrittori a mantenere la partecipazione a bilancio iscritta al valore di costo. Peccato che la realtà non giochi a favore di valutazioni molto generose, specie guardando agli asset che Atlante ha in portafoglio.

Le due ex Popolari venete possedute quasi al 100% dal fondo si ritrovano ad avere un forte fabbisogno di capitale e stanno lavorando a un progetto di fusione che è anche un po’ l’ultima spiaggia. La fusione – ammesso e non concesso che vada in porto – porterà a un “dimagrimento” con l’obiettivo di arrivare un domani a un istituto capace di camminare con le proprie gambe, ma il cui valore non sarà certo uguale a quello della sommatoria delle due banche acquisite. Inoltre, come detto, sarà necessaria una forte iniezione di capitali freschi che si stima nell’intorno di 5 miliardi di euro: chi metterà questi soldi? Tutto questo al netto delle più che probabili richieste della Bce.

Insomma, la mossa di Unicredit contribuisce a sgomberare il campo da facili illusioni e da ipocrisie. Era successo a dicembre, quando l’istituto guidato da Jean Pierre Mustier ha annunciato un’operazione di cessione dei propri non performing loans con una valutazione molto realistica (intorno al 24%) che ha fatto cadere ogni velleità residua del fondo Atlante di “fare mercato” a prezzi superiori a quelli di mercato (il fondo si era inizialmente proposto di acquistare le sofferenze Montepaschi pagandole il 34%). E adesso, giocando d’anticipo con la svalutazione delle quote del fondo, la banca di Piazza Gae Aulenti ha indirettamente contribuito a chiarire una volta per tutte il senso che ha avuto la sottoscrizione di quote di Atlante: dare il proprio contributo a un intervento d’emergenza per evitare il bail-in delle due banche venete, cioè a un’operazione di salvataggio condotta attraverso uno strumento “privato” – il fondo Atlante – che è stato costituito per svicolare dalla normativa Ue ed evitare interventi a gamba tesa della Commissione europea. “Quei capitali – sembra dire Unicredit – non torneranno, sono stati immolati sull’altare della salvaguardia della stabilità finanziaria del Paese. Tanto vale farsene una ragione e svalutare subito la quota”. Che faranno gli altri? E, soprattutto, c’è qualcuno disposto a credere che quello in Atlante non era fin dall’inizio un investimento a fondo perduto?