Agosto 2013. Una pioggia di razzi caricati con 350 litri di gas sarin precipita per tre ore consecutive su al Goutha, alla periferia di Damasco. Muoiono 1.400 persone, 426 di queste sono bambini. Dopo un iniziale periodo di cautela, l’Onu punta il dito contro Bashar Al Assad. ”Il gas sarin è stato usato dal regime siriano”, attacca il 16 settembre Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca. In Siria la guerra civile va avanti da due anni, la Primavera araba non è mai sbocciata, lealisti e ribelli si combattono in tutto il Paese.

Assad è il simbolo del conflitto reale e geopolitico che dall’inizio della guerra civile si consuma sulla Siria lungo l’antica spaccatura tra blocchi risalente alla Guerra fredda. Per l’Occidente il presidente eletto è un dittatore sanguinario che stermina il suo popolo. Per Mosca, storica alleata di Damasco dai tempi di Hafiz, padre di Bashar, è l’alleato da difendere per mantenere il controllo sui porti di Tartus e Latakia, sfogo russo sul Mediterraneo. Sul terreno, la guerra devasta quello che fino al 2011 era stato uno dei Paesi più stabili dell’intera regione. Era cominciata il 26 gennaio, giorno in cui Ali Akleh ad Amman si era dato fuoco, in segno di protesta contro il governo. Assad prometteva riforme, ma dispensava repressione.

Il primo simbolo della ribellione era stato Hamza al-Khatib, 13 anni. Viene arrestato il 29 aprile durante una protesta a Saida, 10 chilometri a est di Daraa. Il 24 maggio le forze dell’ordine restituiscono il corpo alla famiglia: ha ferite da colpi d’arma da fuoco sulle braccia, tagli, occhi lividi, una profonda bruciatura sul petto, contusioni, segni compatibili con l’uso di strumenti per scosse elettriche e di frustate. E’ stato anche evirato. Le autorità respingono le accuse, citando “prove scientifiche, tecniche e giudiziarie” che testimoniano “la mancanza di tracce di violenza o di tortura”. E inaugurano la lunga stagione di accuse e smentite che si snoderà quasi quotidianamente lungo l’asse Damasco-New York i successivi anni di guerra.

Un copione che si ripete, riverberato all’infinito, il 21 agosto 2013. La tempesta di razzi terra-terra caricati a gas sarin lanciati su al Goutha fa insorgere la comunità internazionale e finisce sul tavolo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro. Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon lo definisce ”il peggior attacco con armi chimiche contro civili dai tempi di Saddam Hussein”. Anche se il mandato del team dell’Onu ”non era quello di individuare il responsabile di
questi attacchi efferati, le prove tecniche incluse nella relazione e nel briefing di oggi dalle Nazioni Unite rafforzano la nostra valutazione secondo cui si tratta di un’azione del regime siriano, poiché solo esso era in grado di montare un attacco genere”, si legge ancora nella nota della Rice del 16 settembre.

Tre giorni dopo, in una intervista su Fox News trasmessa in prima serata negli Stati Uniti, il presidente – mentre i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia e Cina) discutevano della possibilità di un intervento militare – si diceva ”pronto a consegnare il nostro arsenale chimico a qualunque Paese si assuma il rischio di stoccarle in vista dello smaltimento” e a “distruggerlo entro un anno”, ammettendo dunque il possesso di sostanze letali, ribadendo che la Siria non era alle prese con una guerra civile ma con un attacco di decine di migliaia di estremisti islamici e tornando a respingere con forza ogni responsabilità per la strage del 21 agosto.

Le controversie si susseguono e si intersecano alle accuse. Il 18 agosto 2016 Amnesty International torna a riaccendere i fari sulle carceri: oltre 17mila detenuti sono morti nelle strutture di detenzione del governo siriano dall’inizio della rivolta nel 2011, è l’accusa contenuta in un report basato sulle testimonianza di 65 sopravvissuti che descrivevano gli abusi e le condizioni disumane delle strutture detentive gestite dalle agenzie d’intelligence e nella prigione militare di Saidnaya, nei pressi della capitale.

Ancora, solo un mese più tardi, l’episodio più controverso degli ultimi anni di guerra. Il 19 settembre l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari denunciava che 18 dei 31 camion che trasportavano aiuti umanitari destinati ad Aleppo erano stati bombardati nei pressi di Urum al-Kubra, a nordovest della città martire. La Mezzaluna Rossa parlava di “20 vittime civili”. Washington puntava il dito contro Mosca e Damasco, che rigettavano le accuse definendole “infondate. Il 20 settembre, aprendo l’Assemblea Generale dell’Onu, senza far riferimento al raid del giorno prima, Ban Ki-moon lanciava l’ennesimo j’accuse: “Tanti gruppi hanno ucciso molti civili in Siria, ma nessuno ne ha uccisi di più del governo siriano, che continua a bombardare quartieri e a torturare migliaia di detenuti”.

“I DIRITTI UMANI? UN LUSSO”. L’INTERVISTA DEL FATTO AD ASSAD