In burocratese si chiamano “vie brevi”. Tradotto: tutto ciò di cui non può essere tenuta traccia, come telefonate, sms, conversazioni, mail informali. La Pubblica amministrazione dovrebbe ridurle al minimo, ma per i 9 milioni che presto dal Cipe pioveranno su Mantova per il restauro del Palazzo del podestà, che potrebbe diventare sede di alcuni uffici del municipio, molto è passato da queste scorciatoie. In uno scambio di informazioni e comunicazioni mattia-palazziinformali in cui spunta anche l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al Cipe e attuale ministro allo Sport (e segretario del Cipe) Luca Lotti, indagato nell’inchiesta Consip. “Sono atti endoprocedimentali, è tutto regolare, non c’è nessun mistero”, dice il sindaco Mattia Palazzi (Pd), alla guida di Mantova dal 2015 e molto vicino all’ex premier Matteo Renzi. “Mancanza di trasparenza e segno di una distribuzione dei fondi da parte del governo fatta senza imparzialità, agli amici”, replica il consigliere comunale Michele Annaloro (M5s) e Giuliano Longfils (Forza Italia), dalle cui denunce è scaturito un esposto alla Corte dei conti presentato dai deputati pentastellati Alberto Zolezzi e Francesca Businarolo.

Costi lievitati
Solo per la prima fase dei lavori di restauro del palazzo, cuore del potere a Mantova fin dal Medioevo, serviranno, secondo gli ultimi atti comunali, 22,9 milioni di euro. Un flusso di denaro che, per capire bene come si è sviluppata questa storia, va seguito a ritroso. Così si arriva al 2008, quando il Comune decide di ristrutturare l’edificio. Viene fatta la gara, aggiudicata nel 2011 da un’Ati composta dal Consorzio cooperative costruzioni di Bologna e dalla ditta Piacenti di Prato. Nel 2012 il sisma danneggia il palazzo, il cantiere viene messo in sicurezza. L’anno dopo, una delibera di giunta mette nero su bianco il denaro necessario, alla luce anche dei danni causati dalle scosse: la prima fase (quella che oggi vale 22,9 milioni), ne costerà 13,9 “senza oneri aggiuntivi”, la seconda mai finanziata altri 10.

Nel marzo 2016, però, arriva la doccia fredda del ministero dei Beni culturali, che in una lettera indica al Comune 84 prescrizioni da seguire per il restauro del complesso. Oggi, il sindaco Palazzi spiega che l’aumento dei costi “è dovuto da una parte alle opere che si sono rese necessarie dopo il terremoto e dall’altra alle modifiche richieste dal ministero. Il sisma ha interessato fortemente il palazzo del Podestà, rendendo necessarie una serie di opere come le puntellature per la messa in sicurezza dell’edificio, a cui ne andranno aggiunte altre per la stabilità della struttura. Parliamo di un complesso molto grande, con una superficie di 9mila metri quadrati””. Non è chiaro però perché, se così è, l’aumento non c’era già stato almeno in parte nel 2013, un anno dopo il sisma, e – secondo – perché il valore è lievitato di 9 milioni, passando da 13,9 a 22,9, un mese prima che agli uffici comunali arrivasse la missiva del Mibact con le 84 prescrizioni da rispettare. Non solo: di fronte a un aumento così consistente del valore del progetto, non è stata fatta una nuova gara d’appalto. Per i tre consiglieri di minoranza, “quegli 84 rilievi dimostrano che il progetto fatto dalle imprese dell’Ati presenta grosse criticità. I 9 milioni servono secondo noi a risolvere le magagne, ma non è giusto che gli errori di privati gravino sulla collettività”.

Le vie brevi
Non sono gli unici aspetti strani di questa storia. C’è anche il fatto che ad alcuni dei passaggi fondamentali che portano l’amministrazione a ottenere i 9 milioni non corrispondono documenti formali messi agli atti e dunque rintracciabili negli archivi comunali, ma solo note e messaggi non protocollati. È il caso del documento che a febbraio 2016, senza l’approvazione da parte della giunta o del Consiglio comunale, sancisce l’aumento dei costi di 9 milioni. Ed è il caso, ancora più eclatante, della modalità con cui quei soldi vengono richiesti al governo: una semplice mail non protocollata dal Comune, inviata il 9 novembre 2016 dal dirigente del settore Lavori pubblici del Comune Carmine Mastromarino al capo della segreteria tecnica di Lotti, Nicola Centrone.

Una missiva che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere: poche righe per inviare una scheda sull’intervento, “come concordato per le vie brevi”. Per chiedere i fondi al Cipe, ammette il dirigente, “ho mandato una mail informale come mi era stato detto dal sindaco. Tante volte abbiamo scoperto di essere destinatari di finanziamenti Cipe quando venivano pubblicati in Gazzetta ufficiale, quindi personalmente non mi sono posto troppe domande sulle loro modalità operative”. E prosegue: “Abbiamo mandato mail informali di questo tipo a mezzo mondo, compreso il Mibact: ci attiviamo su tutti i canali possibili per cercare di sbloccare le situazioni e se si aprono degli spiragli si formalizzano gli atti quando si può o si deve farlo. È compito del buon padre di famiglia ingegnarsi per cercare risorse laddove se ne possono trovare. Non è che la vita va avanti attraverso i protocolli”. La delibera, aggiunge il sindaco Palazzi, “il Comune la prenderà nel momento in cui le commissioni che devono valutare il progetto avranno finito di fare il loro lavoro, tra un mese. E nei rapporti con il Cipe non c’è nessun mistero: abbiamo eseguito esattamente la procedura che ci è stata indicata. La mail è stata inviata al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che aveva la delega al Cipe, non a una persona qualunque. È tutto regolare, noi stiamo lavorando per sbloccare il cantiere, ma si vede che qualcuno vuole che non arrivino i soldi a Mantova e che il Palazzo del Podestà continui a rimanere coperto dalle impalcature”.

La promessa di Renzi
Il denaro per il Palazzo del podestà lo aveva già promesso l’allora capo del governo Renzi in visita a Mantova il 3 novembre. Nessuno, insomma, è rimasto sorpreso il 1° dicembre quando sulla base di una semplice scheda il Cipe ha dato il via libera allo stanziamento, anche se la notizia è stata data ufficialmente dal sottosegretario Luca Lotti al sindaco Palazzi il 21 dicembre, con una lettera in cui il primo conferma i 9 milioni, facendo di nuovo riferimento a quanto “anticipato per le vie brevi”. “Nel consiglio comunale che si è tenuto il giorno stesso, Palazzi ha sventolato un foglio, probabilmente la lettera di Lotti, per mostrare che la promessa era stata mantenuta”, raccontano i tre consiglieri di M5s e Fi, anche se da un accesso agli atti effettuato da uno di questi il 28 dicembre risulta che il documento viene protocollato per la prima volta dagli uffici comunali solo quel giorno. “Mi è stato poi consegnato solo il 12 gennaio, mentre per la mail inviata da Mastromarino a Centrone ho dovuto attendere 54 giorni e denunciare la situazione anche al prefetto di Mantova. Inizialmente il dirigente mi aveva comunicato che non c’era alcun procedimento istruttorio su questo”, spiega Giuliano Longfils.

La delibera alla vigilia del referendum
Sulla questione rimangono non pochi interrogativi. Anche perché quei 9 milioni facevano parte di un tesoretto ben più grande: 72,6 milioni di euro revocati nel 2014 ad enti pubblici inadempienti e rimasti in attesa di essere redistribuiti fino al 1° dicembre 2016, a pochi giorni dal referendum costituzionale del 4 dicembre. “Una seduta nella quale vengono destinate risorse pubbliche a un numero selezionato di progetti senza che venga fornita alcuna evidenza pubblica in merito al complessivo iter istruttorio”, precludendo così “la possibilità di verificare il rispetto dei principi di imparzialità, trasparenza ed equità nell’assegnazione delle risorse”, denunciano i grillini Zolezzi e Businarolo nell’esposto alla Corte dei Conti. Non è chiaro infatti con quale procedura siano state raccolte le richieste da parte degli aspiranti beneficiari. Contattati dal ilfattoquotidiano.it, dal Cipe spiegano che “non è possibile dare informazioni sulla delibera perché è ancora in fase di formalizzazione”.