Ci sono le elezioni della Federcalcio: Andrea Abodi sfida Carlo Tavecchio, il mondo del pallone sceglie il suo grande capo, l’uomo che deciderà del presente e del futuro della nazionale e della Serie A. Ma non frega nulla a nessuno: oggi la Figc va al voto nel disinteresse generale. La maggior parte dei tifosi neanche se ne ricorda, qualcuno non conosce i candidati, tanti sono convinti che comunque vada non cambierà niente. Lo scollamento tra istituzioni e Paese reale vale per la politica, e ancor di più per la politica del pallone.

Eppure sembra ieri quando Tavecchio veniva eletto come successore di Giancarlo Abete, tra mille polemiche per la clamorosa gaffe razzista di Optì Pobà e tutto il polverone mediatico che ne era seguito. In realtà dall’estate bollente del 2014 successiva ai disastrosi Mondiali brasiliani che determinarono l’azzeramento dei vertici del pallone, sono passati quasi tre anni. E oggi di tutto quel trasporto popolare resta una riunione fra adepti all’Hotel Hilton di Fiumicino. Tra le solite facce di sempre, dove più dei grandi presidenti della Serie A contano una manciata di sconosciuti delegati dei dilettanti, impero di Tavecchio. Che per giunta verranno portati alle urne secondo un ordine prestabilito, in modo che la loro fedeltà (su cui il presidente uscente si gioca tutto) sia più o meno verificabile. Lontano dai riflettori succede anche questo.

Le cause di tale indifferenza sono tante. Ai tifosi interessa il pallone, non la politica del pallone – si dirà –, infatti gli ascolti per le partite continuano ad essere alti. Vero, ma valeva pure tre anni fa quando invece le elezioni suscitarono grande clamore. È diverso il momento storico: non siamo all’indomani di un Mondiale disastroso, ma abbiamo già voltato pagina rispetto ad un Europeo incoraggiante. E siccome la nazionale è (falsamente) la cartina di tornasole dell’operato dei dirigenti, non ci sono teste da far saltare o uomini della provvidenza da trovare. Questa Serie A atrofizzata dal dominio incontrastato della Juventus, poi, non scatena forti sentimenti negli appassionati. Il resto lo fa la mancanza di indignazione. Stavolta niente strafalcioni per Tavecchio e la sua cricca: Claudio Lotito, il suo grande sponsor, non concede un’intervista da tempo immemore, e ha capito che è meglio limitare il suo attivismo federale e agire nell’ombra (cosa che continua a fare ed in maniera efficace, non c’è dubbio). Lo stesso presidente in carica limita le sue uscite, teleguidato dal suo attentissimo staff di comunicazione. E la tattica dell’imboscamento pare funzionare: nessuna nuova, buona nuova. Il proverbio ben si applica al dirigente di Ponte Lambro, che forte dell’appoggio dei suoi dilettanti e persino degli allenatori del “comunista” Renzo Ulivieri cerca una riconferma che lo lascerebbe al comando della Figc fino alla veneranda età di 77 anni. Il vero cambiamento non ha età, sostiene lui.

Dall’altra parte c’è Abodi, tutto l’opposto del presidente uscente. Uno che compare tanto e compare bene, che farebbe bella figura pure al pranzo con la suocera o alla riunione dei genitori a scuola. Dalla sua conta ottimi agganci politici e il buon lavoro fatto in Serie B. Ma non può avere la popolarità di un grande campione del passato (uno alla Roberto Baggio, per fare un nome), che magari potrebbe suscitare un minimo di entusiasmo nelle masse. Come se servisse, del resto. Tre anni fa Tavecchio fece di tutto per perdere un’elezione praticamente già vinta. Gaffe razzista, toppe peggiori del buco, petizioni popolari e fronde parlamentari contro la sua nomina: trionfò in carrozza, col 63% dei voti. Oggi sicuramente ne prenderà di meno, se sufficienti o no per continuare a governare potrà dirlo solo l’urna, visto che la sfida contro Abodi sarà tirata fino all’ultimo voto. Questo allontanamento dall’interesse dell’opinione pubblica, però, in fondo non è altro che uno dei tanti segnali di involuzione del nostro calcio. Il disamoramento per il pallone non è solo retorica, la sfiducia nei confronti di chi decide è totale. Prima della riforma dei campionati e della distribuzione dei diritti tv, chiunque vinca dovrà risolvere anche e soprattutto questo problema.

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