Nessuna sorpresa, nessun ribaltone. Una percentuale subito alta e rassicurante, che cresce nel corso delle votazioni, sino al boato di applausi finale (che diventa persino standing ovation in gran parte della platea). Perché Carlo Tavecchio nasceva come “il candidato di tutte le leghe” (e dei loro interessi molteplici). E lo è rimasto fino in fondo, fino a diventare il nuovo presidente della Figc. “Ringrazio per la fiducia chi mi è stato vicino anche nei momenti difficili. E pure chi ha espresso dissenso”, sono le sue prime parole (anche le uniche perché non ci sarà conferenza stampa). “Facciamo l’inventario delle cose da fare e facciamole insieme. Non esistono uomini della provvidenza. Basta divisioni, sarò il presidente di tutti”. Appunto.

Era il grande favorito della vigilia, l’urna, seppur segreta, non lo ha tradito. Viene eletto alla terza votazione, con 310 voti e il 63,63% dell’assemblea elettiva, succedendo al dimissionario Giancarlo Abete, commosso e applauditissimo (senza mai un accenno di critica o autocritica, come se negli ultimi sette anni tutto sia andato per il meglio) nel giorno dell’addio. Lo sfidante, Demetrio Albertini, si ferma invece al 33,95% (165 voti; 2,42% le schede bianche). Una vittoria convincente, con i numeri che servivano al numero uno della Lega Nazionale Dilettanti per governare e allontanare lo spettro del commissariamento. In fondo il caos delle ultime settimane ha inciso poco o nulla: Tavecchio, col sostegno delle quattro leghe, partiva da una base di consenso del 66% circa. Nonostante la sciagurata frase su Optì Pobà, le polemiche, il “killeraggio mediatico” e la rivolta in Serie A, ha perso giusto qualche voto. Quisquilie, in confronto al polverone sollevatosi. Segno che la diga eretta da Claudio Lotito, Mario Macalli e Andrea Abodi ha tenuto, al contrario della dissidenza capeggiata da Andrea Agnelli, vero sconfitto della giornata. Il presidente della Juventus sperava che col voto segreto sarebbero aumentate le defezioni dallo schieramento pro-Tavecchio; è successo il contrario, e i nove del documento sono diventati prima otto e poi ancora meno (forse addirittura cinque).

In mattinata, del resto, Tavecchio aveva parlato già da presidente nel corso del suo intervento in assemblea elettiva. Stavolta ha letto, parola per parola, evitando pericolosi voli pindarici e bucce di banana (su cui era scivolato rovinosamente a fine luglio durante la presentazione del programma). Un discorso pulito, senza acuti. Che tra le righe conteneva le ragioni principali della sua elezione: il nuovo numero uno del pallone italiano ha sottolineato “l’importanza essenziale del sistema di mutualità” (la redistribuzione dei proventi tv alle leghe minori) e “la legittima aspettativa della Serie A per una ricalibrazione statutaria”. Ovvero: più potere ai grandi, più soldi (o comunque non meno risorse) ai piccoli. Sciolto, a braccio e forse anche maggiormente applaudito Albertini. Ma a contare sono solo i voti, e sin dalle prime ore della giornata si era capito che l’esito dell’assemblea era segnato.

A un certo punto, dopo la prima votazione (chiusa con Tavecchio al 60%, Albertini al 35%, 4% di schede bianche e 1% non votante) si pensava che l’ex sindaco Dc di Ponte Lambro avrebbe potuto passare già in seconda votazione. Non ce l’ha fatta, per poco (si è fermato al 63 %, serviva il 66%) e per il voltafaccia degli arbitri (che, con il loro 2%, all’ultimo hanno deciso di votare Albertini), ma alla terza a maggioranza assoluta non ci sono state sorprese. Quello di Tavecchio, alla fine, è quasi un trionfo per la portata del consenso conservato. Con tutto ciò che comporta: la sostanziale unità delle Leghe e la possibilità di incidere e fare finalmente le riforme. Ma anche l’ascesa di Lotito, la conservazione di un certo status quo, il mantenimento di precisi equilibri fra le categorie che non potranno essere toccati. L’era di Carlo Tavecchio comincia così.

Demetrio Albertini, dopo il verdetto dell’urna, affida il suo primo commento a Twitter: “Sono felice di avere dato voce a un’idea di calcio diversa per il nostro futuro. È stato importante e continuerò a credere nelle mie idee”. Mentre il grande sponsor di Tavecchio, il numero uno della Lazio Claudio Lotito, fa i complimenti al vincitore: “Tavecchio ha dimostrato che contano più i fatti delle parole. Io non sono stato regista di nulla, ho sostenuto l’attuazione di un programma che è stato condiviso all’unanimità dalla Lega e recepito dalle altre leghe. Con coerenza lo ha portato avanti fino ad oggi e i fatti ci hanno dato ragione”.

Al neo presidente sono arrivati i complimenti anche del numero uno del Coni Giovanni Malagò: “Benvenuto nella grande famiglia del Consiglio Nazionale del Coni. Complimenti anche ad Albertini che ha combattuto lealmente fino all’ultimo. Adesso però si deve guardare avanti. Tavecchio è stato bravo a farsi eleggere ma ora dovrà essere ancora più bravo per portare dalla sua parte anche chi non l’ha votato”. “Come sostengo da sempre – ha proseguito Malagò – il calcio ha bisogno di riforme importanti che si possono realizzare solo con la piena condivisione di tutte le componenti. Sono convinto che Tavecchio porterà presto novità anche all’interno della governance. Avevo detto che ci sarebbero state sorprese e ci saranno a breve. Ma tocca a Tavecchio annunciarle e comunicarle. Da parte mia i più sinceri auguri di buon lavoro”.

Twitter: @lVendemiale 

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