Carlo Tavecchio contro Andrea Abodi. Il vecchio democristiano che in decenni da dirigente ha imparato a non scontentare mai nessuno, contro il politico rampante che piace sempre a tutti, piccoli e grandi, destra e sinistra. Messa così, la corsa alla presidenza della Figc sembrerebbe una sfida fra opposti. Eppure i due candidati hanno diversi punti di contatto fra loro: il secondo, ad esempio, ha sostenuto il primo nel 2014, risultando decisivo ai fini della sua elezione; negli ultimi tre anni, poi, hanno spesso votato insieme in consiglio federale. Ed entrambi si ritroveranno ad affrontare gli stessi problemi (la scarsa competitività della Serie A, la crisi delle società, l’arretratezza degli impianti) con le stesse problematiche e soluzioni a volte neppure troppo divergenti. La troppa litigiosità delle varie componenti, gli scarsi margini decisionali, il difficile momento del calcio italiano e più in generale del nostro Paese hanno spesso frenato l’operato dei presidenti. Chiunque verrà eletto non avrà a disposizione la bacchetta magica. E così Tavecchio contro Abodi diventa anche e soprattutto una lotta di potere, una guerra fra le due fazioni storiche che si sono create in Figc nell’ultimo lustro. Da una parte Abodi è l’espressione della cordata che raggruppa i campionati minori (Lega Pro e Serie B) e i calciatori, e fa capo all’asse Gravina-Ghirelli-Abete che negli ultimi anni ha fatto opposizione in via Allegri dopo essere stata al governo in passato. Dall’altra Tavecchio può contare sull’impero dei dilettanti, mondo sconfinato, molto ricco e poco regolamentato, a cui adesso si sono aggiunti anche gli allenatori; e soprattutto sull’attivismo di Claudio Lotito e della parte della Serie A (ancora piuttosto ampia) che gravita intorno al presidente della Lazio, molto attenta ai fatti e agli interessi economici, un po’ meno alla trasparenza. Due modi diversi d’intendere la Federazione e il suo governo, da cui dipenderà lo sviluppo del calcio italiano nei prossimi quattro anni.

CARLO TAVECCHIO
Anni: 73
Alleati: Claudio Lotito, i dilettanti, Renzo Ulivieri.
Programma: Serie A a 20 squadre con due retrocessioni; accademie federali; filiera delle nazionali.

Dirigente di lunghissimo corso, democristiano doc, più bravo coi fatti che con le parole. Infatti dopo la storica gaffe di Optì Pobà, che gli stava quasi costando un’elezione già vinta, ha centellinato le sue uscite pubbliche, guardato a vista dal suo staff di comunicazione (salvo scivolare di nuovo sui gay in una conversazione privata). In via Allegri ci è arrivato a riflettori spenti, nel burrascoso dopo Abete, grazie alla scorta di voti dei dilettanti (che continuano ad essere il suo impero) e dell’appoggio di Lotito. Forse avrebbe dovuto essere solo un presidente di transizione, dall’alto dei suoi 73 anni. Ma col passare del tempo ci ha preso gusto e ha deciso di ricandidarsi, affrancandosi (ma fino a che punto?) dall’ombra ingombrante del presidente della Lazio. Parte da una posizione di vantaggio e vuole proseguire il lavoro già iniziato, su cui può rivendicare alcuni meriti. Con la nazionale, per ora, non ha sbagliato un colpo: ha fortemente voluto Antonio Conte, protagonista di un ottimo Europeo, poi ha puntato su Giampiero Ventura per un rinnovamento di cui si intravedono segnali. È riuscito a far quadrare i conti della Federazione nonostante i ripetuti tagli dei fondi Coni. La sua grande innovazione è stata la fondazione dei centri federali, accademie calcistiche sul territorio che a regime varranno un investimento di 10 milioni di euro a stagione: per verificarne i risultati (ma anche le modalità di spesa e gestione dei fondi) bisognerà aspettare qualche anno. Intanto sono valsi al presidente in carica l’appoggio degli allenatori di Renzo Ulivieri, che per la prima volta voteranno contro i calciatori, convinti dalla promessa di quasi 1.200 posti di lavoro in più. Si è mosso bene a livello internazionale (è stato il primo ad appoggiare il nuovo presidente Uefa Ceferin); meno in casa, dove ha approvato il nuovo sistema di licenze nazionali (con obbligo di pareggio di bilancio dal 2018) ma non è riuscito a mantenere la promessa della riforma dei campionati, che si è trasformata da “madre di tutte le riforme” a “utopia. Ora Tavecchio indica una nuova soluzione: la Serie A resterà a 20 squadre, con due sole retrocessioni (più un eventuale playoff), Serie B a 20 e Lega Pro con solo due gironi da 20; in questo schema nascerebbe anche una nuova “Serie D Elite” (una specie di vecchia Serie C2). Nel suo dettagliato programma elettorale c’è anche un’apertura all’ipotesi delle seconde squadre (fino a ieri osteggiate in favore delle multiproprietà care a Lotito), la prosecuzione degli investimenti su centri federali (dovrebbero arrivare ad essere 200 in tutto il Paese) e un progetto di coordinamento fra la nazionale maggiore e le giovanili da affidare a Ventura.

ANDREA ABODI
Anni: 56
Alleati: Gabriele Gravina e Giancarlo Abete, i calciatori, il mondo della politica.
Programma: rating per le società; “squadre B”; stanza di compensazione per i fallimenti.

Andrea Abodi per sette anni è stato il presidente della Lega Serie B, dove ha fatto ottime cose, rilanciando l’immagine e l’appetibilità economica del torneo cadetto. È giovane ma è un dirigente, anzi un politico, più che navigato: viene dall’universo sfaccettato della destra romana; quando è entrato nel mondo dello sport, nel lontano 2002 da consigliere della Coni Servizi, lo ha fatto in quota Alleanza Nazionale. Nel corso degli anni, però, ha imparato a coltivare contatti trasversali, che sarebbe molto riduttivo circoscrivere alla sola destra. Parla con Giovanni Malagò, capo del Coni che ufficialmente ha dato il via libera alla riconferma di Tavecchio ma sarebbe tutt’altro che triste di ritrovarsi il suo sfidante in via Allegri. Parla anche col Ministero e col governo: contatti che potrebbero tornargli utili sia nella corsa alla presidenza, che in un’eventuale ascesa a numero uno del calcio italiano. A lui si affidano tutti quelli che negli ultimi tre anni hanno contrastato lo strapotere di Claudio Lotito, e comunque un certo modus operandi non proprio trasparente da parte della classe dirigente al comando della Figc. “Sostenibilità, competitività e reputazionesono le tre parole chiave del suo manifesto elettorale. Per la riforma dei campionati (forse la questione più spinosa sul tavolo), Abodi per il momento non individua uno schema preciso, ma propone l’avvio di un tavolo di discussione (del resto c’è tempo fino al 2021: prima, con i diritti tv già venduti, sarà difficile cambiare la formula della Serie A). Di sicuro verrebbero penalizzate di meno Lega Pro e Serie B. Del programma fa ovviamente parte il sistema di “rating”, l’idea di Gabriele Gravina di dare un “voto” alle società, da integrare al meccanismo delle licenze nazionali; le cosiddette “squadre B” (di cui Lotito, proprietario della Salernitana oltre che della Lazio, non voleva sentir parlare); la revisione del vincolo sportivo (ancora da capire però in che modo). Tra le altre novità prevista l’introduzione della “stanza di compensazione obbligatoria”, uno strumento per tutelare le Leghe dai possibili fallimenti di squadre ad anno in corso, dopo che il recente caso Pisa (vissuto da Abodi sulla sua pelle) ha svelato nuovi punti deboli della normativa vigente.

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