C’è un campionato sempre più noioso, con la Serie A a 20 squadre che sembra essere una formula ormai insostenibile: la riforma dei tornei professionistici non è mai stata così urgente, eppure così lontana per l’opposizione dei presidenti. Ci sono gli stadi vecchi e fatiscenti, e quelli nuovi che non si riescono a costruire. Le società che falliscono, a tutti i livelli. La Lega e la Federcalcio quasi paralizzate, dalle lotte interne di potere e dai troppi interessi sui diritti tv. Di questo e di molto altro dovrà occuparsi il prossimo presidente della Figc. Che si tratti ancora di Carlo Tavecchio, che spera di poter continuare il lavoro iniziato tre anni fa. O di Andrea Abodi, che auspica un rinnovamento radicale rispetto al recente passato. Lunedì 6 marzo il pallone italiano sceglie la sua nuova guida. Alla vigilia delle elezioni, ilfattoquotidiano.it ha preparato 5 domande su 5 temi cruciali che riguardano la gestione del nostro calcio. E le ha rivolte a entrambi i candidati, ricevendo però le risposte solo dello sfidante, Andrea Abodi. Il presidente uscente (nonostante il preavviso di una settimana) ha declinato l’invito a causa di impegni già presi.

Anche la stagione in corso ha riproposto il tema della scarsa competitività di alcune formazioni e, quindi, della riforma dei campionati. Qual è, a suo avviso, la formula ideale per i tre tornei professionistici rispetto a quella attuale (20 Serie A, 22 Serie B, 60 Lega Pro)? E come e in quanto tempo ci si arriva, visto che nonostante le promesse negli ultimi due anni non è cambiato nulla?
Il tema della crisi del pallone è molto complesso e io penso che la riforma dei campionati, da sola, non sia la risposta. La proposta di Tavecchio è irrealizzabile, perché presuppone di poter disporre liberamente di fondi che invece per legge devono essere destinati alle attività giovanili. E taglierebbe oltre 500 giocatori e 2000 ragazzi dei vivai, depauperando il patrimonio del nostro calcio. Ma soprattutto non sarebbe risolutiva, perché con questa rigidità di sistema io credo che gli stessi problemi ci sarebbero anche in una Serie A a 18 squadre. La riforma che serve è un mix di format dei tornei, diritti tv e licenze nazionali, deve cambiare tutto il sistema. Così arriveremo anche all’eventuale cambio di formula del campionato, senza veti o imposizioni dall’alto”.

I diritti televisivi sono la principale fonte di sostentamento del calcio italiano, ma la loro ripartizione è abbastanza squilibrata. Detto che l’individuazione dei criteri è di competenza del legislatore e della Lega, da nuovo presidente della Figc si impegnerà perché nella revisione della Legge Melandri vengano inseriti dei principi più egualitari, come ad esempio l’innalzamento della parte uguale a tutti al 50% sul modello inglese? In alternativa che altro si può fare per una distribuzione più equa?
I club hanno una componente dei ricavi troppo baricentrica sui diritti tv. Ma visto che la situazione è questa, bisognerà ridurre la forbice tra chi prende di più e chi prende di meno, che al momento è troppo larga. L’innalzamento della parte fissa al 50% può essere una soluzione ma non l’unica: bisognerebbe rivedere anche i criteri della parte variabili, quelli sul tifo o sui risultati sportivi. So che sono competenze del governo e della Lega, ma il presidente della FederCalcio può dire la sua. E deve farlo, perché solo con una miglior distribuzione delle risorse e delle forze in campo avverrà il rilancio del calcio italiano. Avere un campionato che emette i suoi verdetti già a gennaio non è utile a nessuno. Non è neppure conveniente: un prodotto di questo tipo è poco appetibile.

Nell’ultimo mandato è stato approvato il nuovo sistema delle licenze nazionali, con vincoli più stringenti, tra cui anche l’obbligo di pareggio di bilancio a partire dal 2018/2019. Ma molte società potrebbero avere difficoltà a rispettarli, come è successo a livello europeo per il fair-play finanziario. Voi escluderete le squadre inadempienti? È questa la soluzione per garantire la sostenibilità del sistema?
“Il sistema dei controlli deve avere un ruolo diverso rispetto al passato. Bisogna essere vigili nei confronti degli abusi e delle illegalità, ma anche saper impostare modi e tempi degli obiettivi che vengono posti ai club in un momento così difficile. Limitarsi ogni anno a mettere fuori dal sistema alcune squadre non risolve nulla: fa male al calcio, allontana gli imprenditori e mortifica i territori. Il prossimo mandato dovrà essere sfruttato per alzare l’asticella della qualità attraverso l’introduzione di parametri più rappresentativi dello stato di salute patrimoniale dei club, anche attraverso l’adozione di modelli di rating”.

Le infrastrutture continuano ad essere una nota dolente per il nostro calcio: anche la nuova legge sugli stadi non ha risolto i problemi, come dimostrano le recenti difficoltà incontrate dalla Roma per il via  libera al progetto di Tor di Valle. Cosa intende e può fare la Federazione per sbloccare la situazione e aiutare le società a dotarsi di stadi di proprietà? Si può pensare di non iscrivere al campionato tutte le squadre con impianti sotto gli standard internazionali?
“Il miglioramento dei luoghi è una priorità assoluta, per la solidità patrimoniale dei club e per il benessere dei tifosi. E io non mi limiterò a dire che “gli stadi si devono fare” e che “i club devono investire”: se sarò eletto, cercherò di ripetere in Federazione la felice esperienza di “B Futura”. Tra i cadetti grazie a questa piattaforma della Lega dedicata alla riqualificazione e realizzazione degli impianti sportivi siamo riusciti ad attivare sette progetti. Possiamo farlo anche in Figc”.

Perché lei sarebbe un presidente migliore del suo avversario?
“Perché penso di essere più in sintonia con i tifosi e gli appassionati di calcio. Tavecchio è un uomo di apparato, non va tra la gente, non ne capisce i problemi. A volte mi sembra più orientato dalla convenienza che dalla convinzione. E questo alla lunga fa la differenza”.

N.B.: avremmo voluto rivolgere le stesse 5 domande anche all’altro candidato, Carlo Tavecchio. Contattato da ilfattoquotidiano.it , però, il presidente uscente ha fatto sapere attraverso il suo staff di comunicazione di non essere disponibile a rispondere poiché aveva già pianificato precedentemente le sue interviste durante la campagna elettorale.

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