Carlo Calenda, diventato ministro dello Sviluppo economico nel maggio 2016 quando a Palazzo Chigi c’era ancora Matteo Renzi, volta  le spalle all’ex premier su quello che è stato (al netto delle polemiche sui soldi chiesti indietro) uno dei suoi fiori all’occhiello: il bonus di 80 euro. E, già che c’è, demolisce anche l’ultima proposta del segretario dimissionario del Pd, il “lavoro di cittadinanza“. “Per creare lavoro e reddito non esistono scorciatoie, non esistono invenzioni di redditi, invenzioni di lavori, invenzioni di bonus”, ha infatti scandito l’ex dirigente di Ferrari e Sky Italia nonché pupillo di Luca Montezemolo intervenendo alla cerimonia al Quirinale per la consegna dei premi Leonardo. Poi Calenda ha ribadito: “Dobbiamo essere realisti: non credo sia compito del governo spargere ottimismo né che sia compito dell’opposizione spargere pessimismo”, serve “un percorso che si basi sul realismo, sui dati, sulla complessità“.

Prese di posizione, quelle del nipote del regista Luigi Comencini, che non sono passate certo inosservate visto che nei mesi scorsi da più parti Calenda è stato descritto come un papabile “candidato alternativo a Renzi per la conquista di Palazzo Chigi” sostenuto addirittura da Pier Luigi BersaniL’Espresso, a settembre, la dava come più di un’indiscrezione. Ancora prima, a luglio, il faccendiere Luigi Bisignani scriveva sul Tempo: “Si è circondato di dirigenti bersaniani e neanche più nasconde di voler soffiare il posto a Renzi”. E oggi, a valle della scissione Pd e con l’ex premier indebolito dallinchiesta sull’appalto Consip che vede indagato il padre Tiziano, l’ipotesi è decisamente suggestiva. Renato Brunetta non si è fatto sfuggire l’occasione e ha subito twittato: “@CarloCalenda asfalta il bluff di @matteorenzi”.

E dire che nel gennaio 2016 Renzi aveva fortemente voluto – tra le proteste delle feluche – che l’allora viceministro allo Sviluppo prendesse la guida della rappresentanza diplomatica italiana a Bruxelles per gestire il braccio di ferro con la Commissione Ue sui conti pubblici. Per poi, a distanza di pochi mesi, richiamarlo in tutta fretta a Roma a coprire la casella lasciata vuota da Federica Guidi, dimissionaria in seguito all’indagine sul centro oli Eni di Viggiano che ha visto tra gli indagati il suo ex compagno. Fu così che l’ex coordinatore politico della Italia Futura di Montezemolo, nel 2013 candidato alle politiche con Scelta civica senza successo e nel 2015 convertitosi alla causa del Pd, divenne ministro “tecnico” del governo del rottamatore. Che nel giugno 2016 lo citava insieme a Pier Carlo Padoan e Tommaso Nannicini come “squadra economica di cui sono fiero“. Come titolare dello Sviluppo Calenda ha anche avuto modo di farsi apprezzare dal mondo confindustriale per misure come il piano Industria 4.0, cioè i maxi incentivi fiscali per le imprese che acquistano macchinari innovativi e tecnologie digitali.

Dopo il trionfo del No al referendum, le dimissioni di Renzi e l’arrivo a Palazzo Chigi di Paolo Gentiloni, però, gli amorosi sensi sono stati archiviati. La prima doccia gelata è arrivata il 2 febbraio, quando Calenda, mentre l’ex premier ancora sperava in elezioni anticipate a giugno, ha avvertito: “Rappresenta a mio avviso un serio rischio per la tenuta del Paese”. In parallelo, il ministro ha iniziato a costruire un proprio programma economico, a colpi di annunci sulla “norma anti scorrerie” da inserire nel ddl Concorrenza, prese di posizione contro i vertici Alitalia (di cui è presidente proprio Montezemolo) per la “cattiva gestione” e, ancora prima, promesse di un “piano straordinario di rilancio economico e sociale che abbia al centro un massiccio piano di investimenti pubblici e privati”. Da realizzare nel 2018, “dunque con la prossima legge di Bilancio“. Ultimamente, poi, sono arrivati pesanti rilievi nei confronti della propaganda economica portata avanti da Renzi a colpi di slide: bisogna avere il coraggio di dire alle persone le “cose come stanno”, che la ripresa del pil è “solo l’inizio di un percorso, altrimenti la gente si urta e ha ragione di farlo”. “Se poi dai la colpa alla Ue commetti un duplice omicidio: stai dicendo che non conti nulla e fai una ammissione grave e poi dopo diventa difficile opporsi al populismo”.

Va detto che già nella tarda mattinata di giovedì il titolare di via Veneto ha precisato che “non intende prendere parte” alla “polemica politica” in cui è stato inserito il suo discorso sui bonus, aggiungendo che il piano Industria 4.0, “il più importante programma di politica industriale varato da molti anni a questa parte”, è stato “disegnato, pensato ed approvato dal governo Renzi”. “Ho sempre, pubblicamente, sostenuto – indica il ministro con una nota – la necessità di lavorare sulle politiche dell’offerta piuttosto che su quelle della domanda. Ricordo peraltro che il piano Industria 4.0, che va esattamente in questa direzione e che è il più importante programma di politica industriale varato da molti anni a questa parte, è stato disegnato, pensato ed approvato dal governo Renzi”.