Manuel Foffo è stato condannato a 30 anni con rito abbreviato per l’omicidio di Luca Varani, avvenuto il 4 marzo dello scorso anno. È ritenuto colpevole di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. A pronunciare la sentenza il gup Nicola Di Grazia, che ha accolto la richiesta della procura e ha anche condannato Foffo al risarcimento danni in separata sede da liquidarsi al padre e alla madre della vittima. In attesa che si instauri il giudizio civile, il Gup ha fissato una provvisionale immediatamente esecutiva di 100mila euro ciascuno per i genitori. “Sono amareggiato, non è giustizia piena – ha detto il padre della vittima -. Questi omicidi non possono essere giudicati col rito abbreviato”. In questo modo Foffo ha avuto la riduzione di un terzo della pena, mentre col rito ordinario avrebbe rischiato l’ergastolo.

Per quanto riguarda Marco Prato, anche lui imputato per la morte del 23enne, il processo con rito ordinario inizierà il 1° aprile. Il giudice ha affidato la causa alla I Corte d’Assise e sarà poi in quella sede che si valuterà insieme con il giudizio finale l’entità del danno riportato dai familiari di Varani. Le strade dei due ex amici, accusati di aver seviziato e ucciso Varani, dopo averne straziato il corpo con martello e coltelli da cucina, si sono divise il giorno dopo il festino, del marzo scorso, terminato nella follia omicida. Nell’udienza preliminare, che si è svolta come di prassi a porte chiuse, contro gli imputati sono stati ammessi parti civili i familiari di Varani e anche la sua ex fidanzata.

La ricostruzione della procura di Roma – I due imputati “dopo aver fatto entrambi ripetuto uso di sostanze alcoliche e stupefacenti nei giorni antecedenti l’evento”, la notte del 3 marzo, erano usciti dalla casa di Foffo e avevano “girato in macchina per la vie di Roma alla ricerca di un qualsiasi soggetto da uccidere o comunque da aggredire al solo fine di provocargli sofferenze fisiche e togliergli la vita“.  Tornati a casa, all’alba del 4, hanno chiamato Varani invitandolo a recarsi nell’appartamento. Una volta arrivato nell’abitazione, i due lo “hanno fatto denudare“, scrive il pm Francesco Scavo, per ottenere una prestazione sessuale e gli hanno offerto una bevanda con una dose di psicofarmaco che “lo stordiva a tal punto da costringerlo a recarsi in bagno”: lì ha avuto inizio l’atroce massacro che si è concluso, due ore dopo, in camera da letto, con la morte del ragazzo.

Le verifiche effettuate dagli inquirenti hanno confermato il ruolo dei due presunti assassini nella morte del giovane, ucciso a coltellate e colpi di martello. Tracce biologiche di entrambi sono presenti sulle armi, almeno tre, usate per uccidere Varani e questo farebbe cadere la tesi dei difensori di Prato secondo i quali il pr romano non avrebbe partecipato attivamente all’omicidio. La vittima è stata colpita un centinaio di volte con martello e coltelli: prima un colpo alla testa, con il quale il giovane dopo esser stato drogato, è stato stordito.

Secondo il referto dell’autopsia gli assassini si sono prima accaniti con le martellate su testa e bocca del giovane. Poi hanno tentato di strangolarlo con una corda di nylon e subito dopo, con almeno due coltelli da cucina, gli hanno massacrato la gola aprendola completamente senza però tagli letali. Il corpo di Luca presentava almeno trenta ferite, meno profonde, su petto e testa che gli sono state inferte forse solo per vederlo soffrire.

La vittima è morta dissanguata, e solo allora, dopo quasi due ore di sevizie, gli assassini hanno smesso di infierire sul suo corpo. Secondo quanto raccontato da Foffo, che confessò l’omicidio il giorno dopo averlo commesso, dopo la morte del ragazzo i due amici dormirono a fianco del cadavere per circa sei ore. Poi, nel pomeriggio del 4 marzo, lasciarono la casa per liberarsi degli abiti sporchi di sangue e del telefono cellulare della vittima.

Quella notte Prato si fece accompagnare dall’amico in un albergo di piazza Bologna, dove sabato, a quanto raccontò, avrebbe tentato il suicidio con un mix di alcol e barbiturici. Foffo invece passò la notte nell’appartamento del massacro, dormendo su un divano, a pochi metri dal cadavere. La mattina del 5 marzo, Foffo raccontò al padre quanto accaduto e decise di costituirsi. Fu lui a portare i carabinieri nella casa dove il corpo della vittima giaceva da un giorno e mezzo. Quando gli inquirenti gli chiesero perché avesse ucciso il giovane, lui rispose solo: “Volevamo fare male…a qualcuno”.