Negli ultimi 35 anni gli Stati Uniti hanno imposto tariffe doganali praticamente su qualunque cosa: elettronica, acciaio, automobili, pannelli solari, abbigliamento. E uno studio del Centre for economic policy research mostra come dal novembre 2008 al settembre 2016 gli Stati Uniti siano stati di gran lunga il primo Paese del G20 per restrizioni al commercio internazionale, con oltre 1.000 provvedimenti nel complesso, distanziando al secondo posto di questa speciale classifica India e Russia, ferme al di sotto dei 600 provvedimenti. Non è dunque del tutto una novità la politica protezionistica invocata da Donald Trump. La proposta del neo presidente appare però dirompente perché interrompe la politica delle imposizioni mirate per inseguire un quasi inedito isolazionismo commerciale, che tuttavia non trova sostegno negli studi di numerosi think tank internazionali e soprattutto nell’esperienza americana degli ultimi anni. In particolare per quanto riguarda gli effetti sui lavoratori e sui consumatori: quel che emerge, infatti, è che i dazi non salvano posti e fanno spendere di più alle famiglie.

Secondo un report prodotto dalla National foundation for american policy, peraltro, la nuova strategia commerciale Usa andrebbe a gravare soprattutto sulla popolazione più povera. La fondazione calcola che dazi del 45% sulle importazioni da Cina e Giappone e del 35% sulle importazioni dal Messico costerebbero alle famiglie americane dell’ultimo decile per reddito fino al 18% del loro salario medio, vale a dire 4.670 dollari in cinque anni. “I dazi di Trump non proteggeranno i lavoratori americani dalle importazioni fino a quando non saranno estesi a tutti i Paesi, ma così avranno un effetto ancora più devastante, costando a una media famiglia americana 30.560 dollari in cinque anni”, ha dichiarato Stuart Anderson, che guida il think tank basato ad Arlington. “Le famiglie a minor reddito avranno un impatto compreso tra il 18 e il 53% del loro reddito e prezzi più alti, che non è proprio il modo migliore per far tornare grande l’America” come vuole lo slogan di Trump.

Perché i dazi saranno inefficaci? Il report analizza trenta casi di imposizione doganale Usa degli ultimi 15 anni su diversi beni e stima che nel computo aggregato le importazioni di tali beni sono cresciute del 25% nell’anno successivo all’imposizione, evidenziando come i dazi non avessero avuto alcun impatto sulle importazioni Usa e invece aggravato la condizione economica del Paese. È quanto è accaduto, per esempio, nel settembre del 2009, quando Barack Obama, per “porre rimedio all’evidente disgregazione della industria degli pneumatici Usa” determinata dai prodotti a minor costo provenienti dalla Cina, avanzò una pesante imposizione doganale nei confronti di Pechino: 35% il primo anno, 30% il secondo e 25% il terzo anno. Dietro la mossa dell’amministrazione Usa c’era la rivendicazione del sindacato: le importazioni di pneumatici erano triplicate dal 2004, con la chiusura di fabbriche americane e la perdita di oltre 5mila posti di lavoro. All’inizio sembrò funzionare: nel 2010 le importazioni degli pneumatici cinesi si ridussero del 28%, con una crescita della produzione americana del 14%, invertendo un declino che andava avanti da molti anni. Ma allo stesso tempo aumentarono anche le importazioni da altri Paesi come Corea del Sud, Thailandia, Indonesia e Messico, per una crescita complessiva delle importazioni del 18 per cento.

“Sospettiamo che le tariffe imposte alla Cina abbiano avuto complessivamente un impatto economico negativo sui consumatori americani”, dichiarò lo US-China Business Council, organo che raggruppa circa 220 aziende americane. Secondo il Peterson institute for international economics, think tank fondato da C. Fred Bergsten, i dazi costarono ai consumatori americani 1,1 miliardi di dollari in prodotti più cari provenienti da altri Paesi o dall’industria Usa. E stimò al termine dei tre anni che i dazi alla Cina avevano permesso di salvaguardare 1.200 posti di lavoro nella produzione degli pneumatici al costo di 900mila dollari per occupato, ma avevano causato la perdita di 3.700 posti nel retail, per un saldo negativo di 2.500 posti di lavoro. Infatti, spiega il report, “quando i consumatori spendono più in pneumatici hanno meno denaro da spendere in altri beni di largo consumo”. Di conseguenza “le barriere commerciali spesso costano più posti di lavoro nel retail di quanti ne salvino nel manifatturiero”.

Dal canto suo la Cina, per rispondere alla manovra di Washington, impose dure misure antidumping alle esportazioni americane di pollo, che costarono al settore Usa circa 1 miliardo di dollari in minori vendite. Nonostante ciò gli Usa, sugli pneumatici cinesi, hanno proseguito sulla strada delle imposizioni doganali, che in alcuni casi hanno raggiunto percentuali a tre cifre. Ma queste, seppur non abbiano avuto impatto sui prezzi al consumo grazie alla riduzione dei prezzi delle materie prime, a un’offerta superiore alla domanda e alla svalutazione dello yuan, non hanno giovato molto alla salute della matura industria americana.

I dati del Dipartimento del Commercio mostrano come l’industria degli pneumatici americana perdesse impiegati dal 2002, quando superavano le 63mila unità. Nel 2007 erano meno di 50mila e nel 2012 solo 43.200. Complessivamente, secondo i dati del Bureau of Labor, la manifattura americana ha perso 6 milioni di occupati tra il 1999 e il 2011. Un’analisi dell’Institute for the study of labor di Bonn suggerisce che le importazioni cinesi spiegano la perdita di occupati Usa solo per il 44 per cento, mentre la maggior parte del declino dipende dalla delocalizzazione del lavoro e soprattutto all’automazione e da processi produttivi più efficienti. Un panel di 40 economisti della Chicago Booth School of Business ha bocciato senza appello le posizioni di Trump, dichiarandosi praticamente all’unanimità contro l’ipotesi di introdurre nuovi dazi o alzare quelli esistenti per spingere la produzione a stelle e strisce.