Da anni ci si chiede se l’economia cinese sia sostenibile, se conquisterà il mondo o crollerà domani. La provincia del Liaoning, parte della vecchia cintura industriale del nordest del Paese dove ben 125 imprese hanno fatto istanza di fallimento, è il luogo dove si materializzano i peggiori vizi e le peggiori paure. Industrie inquinanti e cronicamente in sovraproduzione tenute a galla da sussidi statali e da prestiti bancari, un ceto politico locale che per anni ha fornito dati falsi sulla crescita e obbligazioni per finanziare il debito il cui tasso di interesse è tenuto artificialmente basso, per evitare la spirale del credito inesigibile. Un caso che il governo cinese può sfruttare per sperimentare soluzioni a problemi diffusi oppure essere nascosto come la polvere sotto il tappeto. E rivelarsi solo la punta dell’iceberg di un fenomeno diffuso, la conferma del fatto che i dati sul pil della Cina sono molto poco attendibili.

La storia è iniziata nel settembre 2016, quando le autorità cinesi hanno scoperto che su 600 membri del Congresso provinciale del Liaoning, ben 523 occupavano lo scranno grazie a qualche frode elettorale. Sono stati tutti espulsi e retrocessi nelle gerarchie di Partito. La provincia del Dongbei (nord-est) si è trovata così senza governo dato che, tra i destituiti, ci sono almeno 38 dei 62 membri del comitato permanente del Partito locale. Intanto, i media hanno rivelato che 45 deputati – anche questi del Liaoning – sono stati messi alla porta dell’Assemblea Nazionale del Popolo con l’accusa di compravendita dei voti. L’agenzia Nuova Cina ha parlato di situazione senza precedenti e ironizzato su “un assetto istituzionale creativo“. Tuttavia, tre anni prima si era verificato un caso simile quando 518 dei 527 deputati della città di Hengyang, nello Hunan, furono espulsi per corruzione.

Il 18 gennaio 2017, il governatore del Liaoning Chen Qiufa ha poi ammesso che i dati economici che riguardano la performance della provincia sono stati sistematicamente falsati tra il 2011 e il 2014. Si sospettava e si pensa che la pratica sia diffusa in tutta la Cina, ma per la prima volta c’è un’ammissione ufficiale: Chen cita un documento dell’ufficio nazionale dei revisori dei conti che parla di falsificazione dei dati che riguardano soprattutto le entrate fiscali.

L’autorevole rivista economica Caixin spiegherà pochi giorni dopo che nonostante i tentativi del governo centrale di arginare il fenomeno, la falsificazione nascerebbe dagli interessi coincidenti di imprese e governi locali che si traduce in una vera e propria “politica del reddito dichiarato” e confermerebbe il fatto che i dati sul pil cinese sono molto poco attendibili. In pratica, le autorità locali incoraggiano le aziende ad emettere fatture false, quindi tassano questa parte di reddito inesistente e infine restituiscono i soldi all’impresa in altre forme, come indennità e sussidi. Così facendo, il governo ottiene un pil maggiore, mentre le aziende realizzano un profitto.
Il governatore Chen confessa infatti che i trasferimenti fiscali sarebbero stati in realtà di molto inferiori e che in pratica, lungi dall’essere in crescita, il Liaoning sarebbe in recessione dal 2011. Intanto, il Quotidiano del Popolo riferisce che nel 2014 alcuni governi locali avrebbero gonfiato le proprie entrate fiscali addirittura del 23 per cento.

Insomma il Liaoning, dove secondo il Fondo monetario internazionale a fine 2015 c’erano 830 imprese zombie e ben 125 aziende stanno in questo momento attendendo risposta per la propria istanza di fallimento, è il luogo dove si materializzano i peggiori vizi e le peggiori paure del Paese. E ora gli analisti di Bloomberg scoprono un altro fenomeno collegato. Da alcuni anni, le province cinesi hanno cominciato a emettere bond per finanziare il proprio debito, ricetta considerata da parecchi analisti un toccasana, perché permette di alleviare il fardello che grava sulle spalle del governo centrale. Sarà il mercato a decidere se quella provincia merita fiducia oppure no.

Ebbene, nonostante la sua scarsa affidabilità, il Liaoning emette obbligazioni il cui tasso d’interesse è basso, simile a quello delle province ricche e “virtuose”. I più recenti titoli di Stato con scadenza a tre anni hanno un tasso del 2,51 per cento, rispetto al 2,42 per cento dello Henan, al 2,48 del Guangxi e al 2,42 del Jiangxi, province ritenute nella media degli indici di indebitamento, tutte con economie in espansione. E facendo poi un paragone con gli Usa, Bloomberg osserva che i bond triennali emessi dall’Illinois, lo stato con il più basso rating, avevano un tasso del 3,28 per cento la scorsa settimana. Insomma, le obbligazioni per finanziare il debito del Liaoning hanno un tasso di interesse artificialmente basso, perché non si vuole far entrare la provincia nella spirale del credito inesigibile e tutti si aspettano comunque qualche salvataggio che arriva da Pechino.

Il premier Li Keqiang, che visitò il Liaoning nel settembre 2015, stabilì in quell’occasione due obiettivi primari: da un lato, stabilizzare la crescita e creare lavoro; dall’altro, aumentare l’efficienza economica. Purtroppo, i due obiettivi appaiono in contraddizione. Per le autorità locali, la crescita e il lavoro si creano tenendo in piedi le imprese zombie, fino a falsificare i dati del gettito fiscale e della crescita. Pechino, a volte, agisce d’ufficio. Nei primi nove mesi del 2016, il pil del Liaoning si è contratto del 2,2 per cento rispetto all’anno precedente, a causa della chiusura coatta di miniere di carbone e acciaierie. Adesso, resta da vedere come creare l’alternativa per le comunità operaie che restano senza futuro.

di Gabriele Battaglia