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Gli utili delle aziende Usa al 18% del reddito nazionale. Mentre la quota che va ai lavoratori scende al minimo dagli anni Cinquanta

L'indicatore spiega meglio di molte analisi il crollo dei consensi per Trump e il successo dei candidati socialisti alle primarie democratiche in vista del midterm di novembre. Il Financial Times: "Gli elettori si dichiarano sempre più insoddisfatti dell'andamento dell'economia e si orientano verso posizioni politiche più populiste"
Gli utili delle aziende Usa al 18% del reddito nazionale. Mentre la quota che va ai lavoratori scende al minimo dagli anni Cinquanta
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C’è un indicatore che spiega meglio di molte analisi il crollo dei consensi per Donald Trump e il successo dei candidati socialisti alle primarie democratiche in vista del midterm di novembre. Mentre Wall Street corre a perdifiato, i lavoratori a cui aveva promesso reindustrializzazione e prosperità restano al palo. A mostrarlo è l’andamento della quota del reddito nazionale che finisce ai lavoratori, che negli Usa – stando ai dati del Bureau of Economic Analysis rilanciati dal Financial Times – è scesa ai minimi da oltre settant’anni. Che il trend sia quello è noto, come rilevato lo scorso anno, tra il resto, nel rapporto sulla disuguaglianza commissionato dalla presidenza sudafricana del G20 a un gruppo di esperti presieduto dal premio Nobel Joseph Stiglitz. Ma i nuovi numeri raccontano un’accelerazione senza precedenti. Che spiega, è la diagnosi del quotidiano della City, perché “gli elettori si dichiarano sempre più insoddisfatti dell’andamento dell’economia e si orientano verso posizioni politiche più populiste”.

Nel secondo trimestre 2026 gli utili ante imposte delle imprese americane hanno raggiunto, annualizzati, 4.800 miliardi di dollari. Significa che i profitti valgono ormai circa il 18% del reddito nazionale, la quota più alta dal secondo dopoguerra. Mentre la parte destinata ai dipendenti sotto forma di salari e benefit è scesa al 60%, il livello più basso dagli anni Cinquanta. “Il rovescio della medaglia è: dove va a finire quel reddito? Deve pur finire da qualche parte. E una buona parte finisce nei margini di profitto delle aziende”, commenta al Ft Abiel Reinhart, economista di JPMorgan.

Intanto i record della Borsa americana, spinta dal boom dell’intelligenza artificiale e dagli utili delle grandi aziende tecnologiche, arricchiscono sempre di più chi ha già ingenti investimenti finanziari. Per le famiglie che vivono soprattutto del proprio stipendio, la situazione è molto diversa. Anche perché sul fronte delle retribuzioni il quadro è meno brillante di quanto suggeriscano i numeri nominali. A luglio, secondo i dati citati dal Financial Times, i salari orari reali sono diminuiti dello 0,2% rispetto a un anno prima: l’inflazione ha dunque mangiato più della crescita delle paghe.

Il risultato, osservano gli economisti citati dal quotidiano britannico, è che nello stesso Paese convivono “due economie”. “La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza aziendale è a livelli inauditi e la gente vuole che si intervenga per cambiare questa situazione”, dice Sarah Anderson dell’Institute for Policy Studies. “Credo che potremmo assistere all’inizio di una seria reazione contraria”. Il suo istituto ha calcolato che tra il 2019 e il 2025 le retribuzioni dei ceo delle maggiori aziende americane che impiegano lavoratori a basso salario sono aumentate del 41%. Quelle del lavoratore medio sono salite del 21%. Ma nello stesso periodo i prezzi sono cresciuti del 26%: in termini reali, dunque, il lavoratore medio ha perso potere d’acquisto.

La tendenza non è nata con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Il trasferimento di potere economico dal lavoro al capitale va avanti da decenni, accompagnata dal declino della sindacalizzazione e dalla progressiva esternalizzazione di una parte dell’occupazione. Ma secondo gli esperti citati dal Financial Times il fenomeno ha accelerato negli ultimi cinque anni e soprattutto nell’ultimo anno. Quanto sia strutturale e quanto dipenda da fattori temporanei, come l’inflazione e gli effetti della pandemia, è ancora difficile stabilirlo. E c’è un’altra incognita: l’intelligenza artificiale potrebbe accentuare ulteriormente la distanza tra capitale e lavoro, aumentando la produttività e i profitti senza tradursi in un analogo aumento delle retribuzioni.

La questione, ovviamente, è anche politica. Non è un caso, scrive il quotidiano della City, se “entrambi i partiti politici hanno adottato una retorica sempre più populista e i Democratic Socialists of America hanno estromesso i moderati dalle primarie democratiche” dopo che Zohran Mamdani è diventato sindaco di New York attaccando “l’avidità delle multinazionali” e promettendo di tassare di più i ricchi. Lo stesso Trump – i cui tagli fiscali hanno favorito soprattutto imprese e americani più ricchi tagliando i programmi di assistenza destinati alle fasce più deboli – ha accusato le aziende di speculare e alzare ingiustificatamente i prezzi e il vicepresidente JD Vance ha chiesto una maggiore partecipazione dei lavoratori alle decisioni aziendali.

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