Dell’intervento dello Stato nel capitale del Monte dei Paschi di Siena si è detto e scritto molto, ma ad oggi, in realtà, se ne sa ancora molto poco. Dovrebbe trattarsi di una nazionalizzazione, con il Tesoro che – per effetto della “ricapitalizzazione precauzionale” – si ritroverà ad avere il 70% del capitale, però il management resterà lo stesso che ha condotto il fallimentare tentativo di salvataggio con capitali privati e che prevedeva la regia del fondo Atlante nella sistemazione delle sofferenze. Una partita, quella dell’aumento di capitale, che si sarebbe dovuta chiudere entro il 31 dicembre scorso e che prevedeva scadenze rigorose anche sulla cessione delle sofferenze. Il piano, come noto, è clamorosamente fallito e adesso a Siena – incassata la garanzia dell’intervento statale – nessuno sembra avere più fretta.

L’amministratore delegato Marco Morelli e i suoi collaboratori sono al lavoro su un piano industriale che sarà sostanzialmente la fotocopia di quello presentato a novembre, mentre della questione sofferenze non parla quasi nessuno, come se non fosse più un problema. Del resto, essendo il titolo sospeso in Borsa da dicembre, manca un termometro con il quale confrontarsi quotidianamente e sembrerebbe farsi strada il pensiero che non c’è più alcuna fretta di mettere le cose a posto. Sono gli effetti, anche psicologici, dell’intervento dello Stato nel capitale della banca. Intervento che si materializzerà nei mesi a venire e la cui entità è ancora tutta da verificare: dagli 8,8 miliardi di aumento di capitale richiesti inizialmente da Francoforte si potrebbe salire anche considerevolmente in ragione degli esiti dell’ispezione sui crediti condotta dalla Bce in questi mesi. Ad esempio, una valutazione meno “generosa” dei crediti deteriorati iscritti a bilancio non farebbe che accrescere il fabbisogno di capitale della banca, alzando l’asticella dei costi dell’intervento statale. Comprensibile, dunque, che in questa partita il Tesoro – per impiegare meno risorse – si trovi dalla stessa parte della banca, anche se è facile immaginare quali danni provocherà l’ennesima sottovalutazione dei problemi e delle condizioni reali dei conti del MontePaschi.

La questione sofferenze era la priorità numero uno all’indomani degli stress test di luglio. A mettere la questione in cima alla lista era stata la Bce, chiedendo a Siena di intervenire tempestivamente e in profondità, liberandosi di una grossa parte dei crediti deteriorati. Di qui il piano di cedere con la regia di Atlante un pacchetto di 27 miliardi di non performing loans lordi per poco più di 9 miliardi di euro, valorizzandoli complessivamente al 33%. La differenza tra il valore al quale le sofferenze erano iscritte a bilancio (circa 40%) e il valore di cessione (33%) avrebbe generato una perdita da coprire con il famoso aumento di capitale da 5 miliardi che non è andato in porto. Cosa accade ora? MontePaschi ha presentato i conti preliminari al 31 dicembre 2016, evidenziando l’ennesima perdita monstre (3,38 miliardi di euro), un arretramento preoccupante dei principali indicatori di business (ad esempio, il margine d’interesse è crollato del 10,5%, la raccolta diretta è calata di oltre il 12%, la quota di mercato è scesa al 6,79%) e un’ulteriore crescita delle sofferenze. Il quadro, quindi, non è affatto rassicurante ma le sofferenze continuano ad essere iscritte a bilancio a un valore (35%) persino superiore a quello già fantasmagorico (33% medio, 28% per la tranche mezzanina) proposto dal fondo Atlante.

Fantasmagorico perché tutte le operazioni di cessione dei crediti deteriorati che si sono chiuse sul mercato si sono attestate su valori nettamente inferiori e Unicredit, che ha presentato i suoi conti preliminari nello stesso giorno di Mps, ha precisato di aver ceduto un pacchetto da 17 miliardi di sofferenze lorde per 2,2 miliardi di euro, valorizzandolo quindi al 12,9%. Una decisione radicale, certo, ma che contribuisce a rafforzare l’idea che la banca guidata da Jean Pierre Mustier stia facendo davvero una pulizia profonda e che – chiusa la maxi ricapitalizzazione da 13 miliardi – possa finalmente concentrarsi sul business e sul recupero della redditività.

All’opposto c’è MontePaschi, una banca che dà invece l’impressione di non voler affrontare la realtà. Le sofferenze lorde di Mps ammontano a 29,4 miliardi e a bilancio sono valorizzate 10,3 miliardi, vale a dire al 35,22%: se si applicasse la valutazione di Unicredit, quelle stesse sofferenze dovrebbero essere iscritte a bilancio per appena 3,7 miliardi, generando un gap di capitale di 6,6 miliardi. Ma anche senza adottare una valutazione così aggressiva come quella di Unicredit (12,9%), e prendendo per buona una media di mercato intorno al 20-22% si genererebbe un gap intorno ai 4 miliardi. E questo per limitarsi alle sole sofferenze. I crediti inesigibili definiti “unlikely-to-pay” ammontano a livello lordo a circa 15,2 miliardi e sono iscritti a bilancio per il 60% del loro valore. Può essere, specie nel caso di MontePaschi, una valutazione credibile? Difficile dare risposte, ma è abbastanza chiaro che complessivamente il buco nei conti della banca è di gran lunga superiore a quello che si è voluto fino ad oggi rappresentare. Utilizzando come parametro l’operazione sulle sofferenze effettuata da Unicredit, agli 8,8 miliardi di aumento di capitale richiesto dalla Bce se ne aggiungerebbero altri 6,6, per un totale superiore ai 15 miliardi di euro. E una valutazione più realistica dei crediti inesigibili in capo all’istituto senese porterebbe la cifra vicino ai 20 miliardi di euro.

Che ne sarebbe a quel punto dei coefficienti patrimoniali di Montepaschi? Sarebbero ben al di sotto dei requisiti minimi, facendo venire meno i presupposti per la “ricapitalizzazione precauzionale” cosa che porterebbe inevitabilmente la banca al bail-in. La realtà non cambia nemmeno utilizzando della valutazioni più generose, ma a Siena – forti della garanzia statale – continuano a fare un po’ come gli pare. Tanto alla fine il conto lo paghiamo noi.