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Per il mercato petrolifero crisi senza precedenti. L’Agenzia internazionale dell’energia: “In arrivo il maggior crollo della domanda dal Covid”

Scarsità e prezzi elevati hanno iniziato a causare quella che in gergo economico si definisce "distruzione della domanda": l'aggiustamento forzato (al ribasso) dei consumi. Che secondo l’ultimo Oil Market Report quest'anno si contrarranno in media di 80mila barili al giorno
Per il mercato petrolifero crisi senza precedenti. L’Agenzia internazionale dell’energia: “In arrivo il maggior crollo della domanda dal Covid”
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Il mercato petrolifero globale è entrato in una fase di stress senza precedenti. La cartina di tornasole è che al maggior crollo dell’offerta mai registrato seguirà, nelle previsioni dell’Agenzia internazionale per l’energia, la contrazione della domanda più forte dai tempi della pandemia. La guerra in Medio Oriente, spiega l’ultimo Oil Market Report della Iea, ha provocato a marzo una contrazione delle quantità disponibili di oltre 10 milioni di barili al giorno con prezzi saliti fino a circa 130 dollari al barile e punte ancora più elevate sul mercato fisico. Ma ora è in arrivo anche, causa scarsità e prezzi elevati, quella che in gergo economico si definisce distruzione della domanda”: l’aggiustamento forzato (al ribasso) dei consumi.

Export giù di 13 milioni di barili al giorno

Il cuore della crisi è sempre lo Stretto di Hormuz, snodo da cui prima del conflitto scatenato da Usa e Israele transitava circa un quinto del petrolio mondiale. Prima ancora del blocco statunitense per le navi dirette o in partenza dai porti iraniani e dalle aree costiere, iniziato lunedì pomeriggio e destinato a fermare l’export di petrolio da parte di Teheran, i flussi si sono ridotti a meno di 4 milioni di barili al giorno, contro oltre 20 milioni di febbraio. Le rotte alternative, dai terminal sauditi sul Mar Rosso agli hub emiratini fino all’oleodotto iracheno verso la Turchia, non sono in grado di compensare il deficit. Il risultato è una perdita netta di export superiore a 13 milioni di barili al giorno. I danni alle infrastrutture e le interruzioni produttive intanto stanno riducendo ulteriormente l’offerta disponibile. Il greggio disponibile sul mercato fisico viene scambiato a livelli ben superiori rispetto ai contratti future, indicando una tensione estrema sull’offerta immediata. I raffinatori, privati delle forniture mediorientali, sono costretti a competere per carichi alternativi sempre più scarsi. I prezzi dei prodotti raffinati, in particolare i distillati, hanno raggiunto livelli record.

Prezzi elevati e scarsità riducono la domanda

È una questione di costo, ma anche di accessibilità e tempi di consegna. Motivi per cui nelle scorse settimane pure la domanda ha inevitabilmente iniziato a cedere. L’Iea stima ora per quest’anno una contrazione media di 80mila barili al giorno, con un picco di -800mila barili al giorno registrato a marzo. Nel secondo trimestre è atteso un calo monstre di 1,5 milioni di barili al giorno, il più marcato dalla pandemia. La distruzione della domanda è iniziata nell’industria petrolchimica asiatica, costretta a ridurre i tassi di utilizzo per mancanza di materie prime, e nel trasporto aereo, con cancellazioni di voli e aumento dei costi del carburante. Ma l’impatto si estende anche ai consumi finali di famiglie e imprese che utilizzano Gpl. A questo si aggiunge la risposta dei governi, ricorda l’agenzia. In diversi paesi sono state introdotte misure per contenere i consumi energetici, mentre altri esecutivi hanno scelto di intervenire per attenuare l’impatto sui consumatori con sussidi o meccanismi per calmierare i prezzi.

Le scorte non bastano

Le scorte stanno svolgendo una funzione di ammortizzatore, ma non può durare. A marzo gli stock globali sono diminuiti di 85 milioni di barili, con un forte drenaggio nei paesi importatori asiatici. Al contrario, nel Golfo si accumulano volumi che non riescono a raggiungere i mercati finali, sia sotto forma di stoccaggi terrestri sia di carichi su navi utilizzate come deposito galleggiante. Il sistema compensa attingendo alle riserve, ma senza un ripristino dei flussi il margine di manovra è destinato a ridursi rapidamente.

La variabile Hormuz

Il ripristino dei flussi attraverso Hormuz resta la variabile decisiva per allentare le tensioni su offerta, prezzi ed economia globale. L’annuncio, la scorsa settimana, di una tregua di due settimane nel conflitto ha offerto un temporaneo sollievo ai mercati. Ma è incerto se il cessate il fuoco si tradurrà in una stabilizzazione duratura e, soprattutto, in una ripresa regolare del traffico attraverso lo Stretto. Nel frattempo, i paesi importatori hanno cercato forniture alternative in un mercato sempre più ristretto. I prezzi del greggio sul mercato fisico sono così balzati a livelli record, avvicinandosi ai 150 dollari al barile, ben al di sopra delle quotazioni dei future, con un disallineamento crescente tra mercato reale e finanziario. Ancora più marcata la dinamica sui prodotti raffinati: a Singapore i prezzi dei distillati medi hanno raggiunto nuovi massimi storici, superando i 290 dollari al barile.

Lo scenario delineato dall’Iea assume una progressiva normalizzazione dei flussi entro metà anno, pur senza un ritorno ai livelli pre-crisi. Ma la stessa agenzia riconosce l’elevato grado di incertezza. Se le tensioni dovessero protrarsi e le rotte nel Golfo restare compromesse, lo choc energetico rischierebbe di trasformarsi in un fattore persistente di instabilità per l’economia globale, con pesanti effetti recessivi e inflattivi. Tradotto: c’è il rischio di una pesante stagflazione, un mix mefitico di inflazione elevata e crescita debole o stagnante. Nonché un rebus per governi e banche centrali, visto che le politiche che servono a ridurre l’inflazione tendono a deprimere ulteriormente l’attività economica e viceversa.

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