“La mia risposta era una risposta a una domanda tecnica basata su assunzioni non previste dal trattato. L’euro è irrevocabile“. L’interpretazione autentica è arrivata dal presidente della Bce Mario Draghi, che, intervenendo davanti al comitato Affari economici e monetari del Parlamento europeo, ha chiarito di non aver mai scritto che uscire dall’Eurozona sia una reale possibilità. Stop, quindi, a elucubrazioni sulla risposta inviata a metà gennaio dal numero uno dell’Eurotower agli europarlamentari M5S Marco Valli e Marco Zanni, in cui Draghi aveva spiegato che, in caso di uscita della Penisola dall’euro, la Banca d’Italia dovrebbe rimborsare crediti e passività nei confronti dell’eurosistema per un totale di circa 357 miliardi.

Si trattava solo di un discorso ipotetico, è l’ultima parola dell’ex numero uno di via Nazionale. Dall’euro, grazie al quale “abbiamo creato legami che sono sopravvissuti alla peggiore crisi economica del dopoguerra”, non si torna indietro. Soprattutto in questa fase, visto che la “raison d’etre” dell’euro è “stare uniti in tempi difficili”. Peraltro il mercato unico europeo “non sopravviverebbe davanti a svalutazioni competitive” come quelle che andrebbero in scena se si tornasse a un Sistema monetario europeo come quello in vigore prima della nascita dell’euro. Quanto a un’Unione a più velocità, suggestione rilanciata due giorni fa al vertice di Malta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, “è un concetto ancora da sviluppare, una visione appena abbozzata su cui non sono in grado di esprimere alcun commento, almeno al momento”.

Dopo aver difeso l’architettura della moneta unica, oggi sotto attacco anche da parte della nuova amministrazione statunitense, Draghi ha negato ancora una volta, nelle ore in cui l’Italia tratta con la Ue sull’ammontare e i tempi della manovra correttiva sui conti pubblici, che la Bce nell’attuare il quantitative easing faccia “disuguaglianze” nel trattamento dei singoli paesi. Leggi favori alla Penisola. Francoforte si muove, semplicemente, in base alle condizioni dei mercati, ha ribadito. Se non bastasse, a stretto giro è arrivata anche la difesa della Germania, che ha sì un surplus commerciale negli scambi bilaterali “ma non lo utilizza per speculare” come ha sostenuto un consigliere economico di Donald Trump. “Le politiche monetarie fatte riflettono le diverse posizioni nel ciclo economico dell’eurozona e degli Usa. Non siamo manipolatori delle monete”, ha concluso.

Il numero uno dell’Eurotower ha sostenuto poi l’efficacia e la validità del programma di acquisto di titoli di Stato e bond avviato da Francoforte e le decisioni del dicembre scorso, quando il consiglio direttivo ha stabilito di prolungare il piano fino a fine anno pur riducendone il volume da 80 a 60 miliardi mensili a partire da aprile.”I benefici della nostra politica” monetaria accomodante “superano chiaramente i potenziali effetti collaterali“, che in ogni caso possono essere “affrontati, se necessario, attraverso altre politiche”, ha proseguito Draghi. L’operato della Bce “è stato chiave nel sostenere la ripresa in corso”, con lo spettro della deflazione che “è sparito”, il pil pro capite che è “aumentato del 3% nella zona euro negli ultimi due anni” e “la disoccupazione scesa al 9,6%, il livello più basso dal maggio 2009″, ha rivendicato il numero uno della Banca centrale europea, pur ammettendo che “questi sono solo i primi passi nella giusta direzione”.

Quanto all’impatto negativo sui bilanci bancari di cui le politiche della Bce sono accusate, soprattutto dalle parti di Berlino, “i profitti delle banche dopo un rallentamento nel primo trimestre 2016 si sono stabilizzati e la politica accomandante riduce i default, cosa che aumenta la qualità del credito e il volume di intermediazione. Questo è positivo per le banche”. Non solo: “I bassi tassi di interesse nel lungo periodo aumentano il valore degli asset delle banche”. Quanto al fatto che sia opportuno creare una bad bank europea per gestire i mille miliardi di crediti deteriorati degli istituti dell’Eurozona, come proposto dal presidente dell’Autorità bancaria europea Andrea Enria, per Draghi “non sarebbe proprio una panacea“.

Nonostante la “resilienza” dell’area euro agli choc negativi del 2016, sulla strada di una crescita robusta restano però molti ostacoli. Per prima cosa, “i benefici della moneta unica possono essere goduti solo se abbiamo politiche e istituzioni a livello nazionale ed europeo che assicurano che l’euro funzioni per tutti”. Poi c’è la minaccia di dazi e paletti al commercio internazionale che arriva dalla nuova amministrazione statunitense: “Guardiamo con preoccupazione a annunci di potenziali misure protezionistiche“, ha spiegato Draghi. “L’Ue è stata creata sulle basi del libero scambio. Tuttavia giudicheremo quando vedremo quello che verrà annunciato”.