Tangenti non solo a Taranto, ma anche nelle basi di La Spezia e Roma. Si allarga l’inchiesta sulla tangentopoli nella Marina Militare condotta dal pubblico ministero Maurizio Carbone. Dopo i 9 arresti messi a segno il 6 ottobre scorso, questa mattina i finanzieri della sezione Tutela dell’economia hanno arrestato altre 4 persone accusate di aver pagato tangenti all’ex direttore del Commissariato della Marina militare Giovanni Di Guardo. Due imprenditori tarantini Vincenzo Calabrese e Giuseppe Musciacchio sono finiti in carcere mentre per altri due, Pio Mantovani di Roma e il tarantino Gaetano Abbate, sono stati disposti gli arresti domiciliari. Ad altre tre persone già arrestate nei mesi scorsi, tra cui lo stesso Di Guardo, il dipendente civile Marcello Martire e l’imprenditore siciliano Paolo Bisceglia sono state notificate nuove accuse.

I nuovi arresti sono arrivati dopo le confessioni rese da altri imprenditori finiti in carcere a ottobre. Sono state proprio quelle dichiarazioni che hanno permesso di appurare che la “tangentopoli in divisa” coinvolgeva anche le basi di La Spezia e Roma. Un sistema che prevedeva il pagamento di tangenti pari al 10 percento del valore dell’appalto e che Di Guardo avrebbe dovuto debellare dopo la prima inchiesta sulle “bustarelle con le stellette”. L’uomo scelto dall’ex capo di Stato Maggiore, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, però, era una parte fondamentale di quel sistema. “Tale sistema – scrive il gip Pompeo Carriere nell’ordinanza – è il frutto di accordi ben collaudati e consolidati nel tempo, tanto che lo stesso Di Guardo ha dovuto ammettere di percepire tangenti sin dai tempi in cui rivestiva l’incarico di Capo Servizio a Maricegesco (acronimo di Centro Gestione Scorte della Marina, ndr) a La Spezia” e gli imprenditori già arrestati hanno ammesso “di avere conosciuto il Di Guardo proprio a La Spezia e di avere cominciato a versare tangenti in suo favore dal 2010/2011, quasi senza soluzione di continuità, assicurandosi in questa modo la certezza di ottenere l’affidamento di beni e servizi a favore delle proprie ditte, provvedendo in alcuni casi anche a fornire al Di Guardo l’elenco delle ditte da invitare, con la certezza che le stesse non avrebbero presentato alcuna offerta ovvero che avrebbero presentato offerte puramente di “comodo“.

Insomma l’uomo che avrebbe dovuto “ripulire” la Marina militare dal fango, in realtà nel fango ci sguazzava da tempo. Il suo trasferimento al vertice del Commissariato ionico, cioè il centro che gestisce tutti gli appalti delle basi di navali del sud Italia, è stata l’occasione per ottenere vantaggi ancora più alti. Prima del suo insediamento, infatti, Di Guardo aveva convocato a Roma alcuni imprenditori con i quali aveva sostanzialmente costituito “una vera e propria struttura associativa” composta di pochi e fidati membri per “assicurare l’affidamento degli appalti gestiti dalla Direzione di Maricommi”, realizzando “un vero e proprio cartello di imprese, cui dovevano confluire tutti gli appalti” in cambi di “denaro e altre utilità”. Nelle tasche di Di Guardo, una volta arrivato a Taranto, arriva di tutto: denaro contante, ma non solo. La spartizione degli appalti permette di beneficiare del pagamento dell’affitto di appartamenti, mobili del valore di 50mila euro e poi telefonini, abiti di lusso per la compagna, noleggio di auto e persino i ristoranti nei quali andava a cenare o le bollette.

Ma dal blitz di questa mattina apre anche un nuovo inquietante squarcio della gestione di grossi appalti ai vertici della Forza armata. È lo stesso Di Guardo, nel suo interrogatorio al pm Carbone a mettere in evidenza “l’alto livello” in cui si muove la I.F.I. srl, società di cui Mantovani era socio e procuratore speciale. L’imprenditore finito ai domiciliari, secondo il racconto del comandante Di Guardo possedeva “radicate conoscenze” anche fra gli “altri vertici dell’Amministrazione Militare” e aveva intenzione di allargare il proprio “core business” espandendosi da settore della fornitura dei prodotti petroliferi a quello delle pitture navali. Ma in quest’ultimo segmento si sarebbero scontrati con grosse multinazionali. La soluzione, quindi, è quella di “ricorrere – si legge nell’ordinanza – a mezzi illeciti pur di ottenere l’assegnazione di appalti, anche in basi militari site a notevole distanza territoriale dalla città di Roma” dove ha sede l’impresa. E per raggiungere l’obiettivo Pio Mantovani, insieme al fratello Francesco (che non risulta tra gli indagati) avrebbero esercitato “notevoli pressioni corruttive” poiché secondo Di Guardo “girano per Ministeri” e hanno quindi anche la possibilità di ricevere notizie riservate utili per la loro attività”.