Secondo l’Oxford Dictionary, la parola del 2016 è post-truth”, ossia “post-verità”, un’espressione che denota circostanze o situazioni nelle quali l’opinione pubblica viene fortemente condizionata da fattori emotivi mentre l’oggettività dei fatti è messa in secondo piano. Il termine è diventato comune nel contesto del referendum sulla Brexit nel Regno Unito, delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti e del referendum costituzionale del 4 dicembre in Italia. Il concetto di post-verità, è ormai inevitabilmente associato a un nuovo modo di intendere il dibattito politico.

La post-verità si nutre di fake news, ormai tanto prevalenti che perfino il Papa, dopo esserne stato vittima, le ha condannate con toni forti. E secondo molti analisti, siamo nell’era di post-truth politics: l’era in cui la verità, nel dibattito pubblico, è diventata un fattore irrilevante. Altri analisti vedono questa definizione come troppo allarmista: di certo, il fenomeno esiste ed è sotto gli occhi di chiunque usi abitualmente Internet.

Le implicazioni sono concrete perché politiche non basate su evidenza oggettiva non possono risolvere i problemi che stanno a cuore agli elettori. Pensiamoci: un medico che ignora i risultati degli esami può forse fare una diagnosi e prescrivere una cura? Il dibattito politico funziona, o dovrebbe funzionare allo stesso modo. Le proposte basate solo su istinti “di pancia” sono, nel migliore dei casi, un palliativo.

Eppure per molti italiani delusi dalla politica la tentazione è quella di sottovalutare le implicazioni di un dibattito che prescinde dai fatti. Questo significa che la nostra lettura del mondo è sempre più corrotta da affermazioni che non hanno alcuna base oggettiva. Questi atteggiamenti individuali diventano a livello collettivo opinione pubblica, e hanno un impatto sulle nostre scelte di voto e quindi sul nostro futuro.

Per illustrare come la nostra percezione del mondo sia spesso disconnessa dalla realtà, Ipsos Mori ha intervistato migliaia di persone in Italia e in altri 39 paesi. Secondo la ricerca Perils of Perception 2016 noi italiani siamo convinti che una persona su cinque sia musulmana, quando in realtà lo è soltanto una su 25. Chiara Ferrari – direttrice di Ipsos public affairs, sottolinea anche che “pensiamo, sbagliando grossolanamente, che entro il 2020 un terzo della popolazione italiana sarà musulmana, quando le proiezioni indicano che raggiungeremo a malapena il 5 per cento”.

Ferrari spiega che “gli psicologi parlano di analfabetismo numerico emotivo: una incapacità di ragionare attraverso numeri e fatti su ciò che tocca le nostre corde emotive, su ciò che consideriamo – a torto o a ragione – una minaccia”. Non è quindi un caso che gli errori più significativi degli italiani riguardino la stima della percentuale di musulmani in un periodo caratterizzato dalla crisi migratoria. Secondo Ferrari “causa ed effetto interagiscono in modo bidirezionale: le preoccupazioni informano l’errata percezione, e le percezioni errate generano ulteriore preoccupazione”. Per questo motivo i fatti non riescono a correggere le percezioni: “Se riportare il testo della norma per smontare il mito del Presidente del Consiglio mai eletto, non serve a far capire il funzionamento delle elezioni nel nostro Paese è perché non è importante la fonte, o il fatto, ma il livello di emotività con cui la notizia viene accolta”, conclude Ferrari.

Chi obietta che politici e media abbiano sempre mentito, sottovaluta la differenza sostanziale tra la faziosità nell’informazione e un contesto in cui è accettabile diffondere notizie inventate. Entrambi sono chiaramente deprecabili, ma nel primo caso un dibattito aperto garantisce che le affermazioni di parte possano essere smentite efficacemente con fatti o nuovi dati, o che la loro interpretazione possa essere criticata e rivista. In un contesto di post-verità, invece la confutazione non è efficace, perché i fatti stessi vengono visti come irrilevanti. L’informazione di parte ha come scopo quella di creare una struttura logica a supporto di una visione adulterata di mondo e società. Le notizie inventate, invece, screditano il concetto stesso di dato oggettivo, creando la suggestione che la distinzione tra fatto e bugia sia irrilevante. Se un’informazione si conforma a una sensazione che proviamo, la accettiamo come vera. Se poi viene smentita, tenderemo a non credere alla smentita, o peggio, a non credere più a nulla. La conseguenza è un sistema politico ancora più disfunzionale e quindi alienante per gli italiani.

Che fare dunque? Il dibattito si sta concentrando su come neutralizzare i creatori di bufale. Si ipotizzano sanzioni per le piattaforme che ne permettono la diffusione o filtri per identificarle. Il pericolo è che misure di questo tipo potrebbero trasformare la rete, e i social media in particolare, in sistemi chiusi e a rischio censura. Il fact-checking da solo non funziona perché cerca di riportare un dialogo emotivo su un piano fattuale, e spesso non fa breccia su chi legge la notizia falsa che però conferma una percezione già radicata.

Non restano che il buon vecchio spirito critico, la logica, i dati e la pazienza. E in attesa di una soluzione migliore, condivido cinque suggerimenti proposti su Facebook da un caro amico:

1)     cerchiamo, leggiamo e postiamo articoli e dati verificati e di fonte riconosciuta

2)     leggiamo sempre tutto l’articolo e vediamo i video fino alla fine prima di condividere

3)     verifichiamo sempre la fonte prima di condividere

4)     ascoltiamo tutti con empatia e invitiamo al dialogo vero

5)   rispondiamo a tutti con cortesia ma segnaliamo sempre manipolazioni e falsità costruite ad arte