“Un percorso verso una maggiore uniformità di uno strumento di tutela universale è assolutamente necessario. E’ nei nostri impegni. Ma bisogna stare attenti: non deve disincentivare l’aspirazione a lavorare ma tutelare le situazioni di crisi e disagio“. Così il premier Paolo Gentiloni, durante la conferenza stampa di fine anno, ha risposto a una domanda sul destino del disegno di legge delega per il contrasto alla povertà e l’istituzione del Reddito d’Inclusione (Rei). Cioè la prima misura nazionale di sostegno agli indigenti: nel 2017 l’Italia sarà l’unico Paese europeo a non averne una, visto che anche la Grecia ha provveduto a dotarsene. Da Gentiloni non è arrivata nessuna promessa di un’accelerazione dei tempi, nonostante le 37 organizzazioni riunite nell’Alleanza contro la povertà abbiano appena rivolto un appello al nuovo esecutivo chiedendo che il ddl – fermo nella commissione Lavoro del Senato dalla caduta del governo Renzi – sia approvato prima della chiusura anticipata della legislatura. E nonostante la relatrice, la senatrice Pd Annamaria Parente, abbia chiesto che il tema sia messo “al centro dell’agenda del governo”, anticipando che intende suggerire di trasformare la legge delega “in un provvedimento subito attuativo, senza la necessità di dover emanare i decreti”.

Peraltro, come fa notare su Repubblica la sociologa esperta di welfare Chiara Saraceno, nei giorni in cui è alla ribalta il tema dell’intervento statale nelle banche in difficoltà salta all’occhio “l’enormità della differenza tra i 5 miliardi e rotti (sui 20 complessivi del fondo salva banche) destinati a salvaguardare circa 40mila piccoli risparmiatori di Mps a fronte del miliardo circa stanziato in legge di Stabilità per l’istituzione di un Reddito di inclusione per chi si trova in povertà assoluta, un settimo di quanto sarebbe necessario per portare sopra la soglia il milione e 582 mila famiglie (4 milioni e 598 mila persone) che sono al di sotto”.

Il tema è ben presente a Gentiloni, che non a caso il 13 dicembre, quando ha ottenuto la fiducia alla Camera, ha preannunciato che al centro degli sforzi del suo governo ci sarebbe stata la “parte disagiata della nostra classe media, sia nel lavoro dipendente che sulle partite iva”, a cui “non abbiamo dato risposte sufficienti”. E anche nella conferenza stampa di fine anno il neo premier ha evocato “la parte della classe media che tende a scivolare verso una situazione di povertà”.

Tuttavia il presidente del Consiglio non ha risposto, nel concreto, alla richiesta dell’Alleanza contro la povertà, che teme che siano “scaricate sulla parte più debole della società italiana le conseguenze negative dell’instabilità politica” e ricorda come dall’inizio della crisi le persone in povertà assoluta in Italia siano aumentate del 155%. Quest’anno è stata avviata una misura transitoria, il Sostegno di inclusione attiva (Sia), di cui beneficiano però solo 3 poveri su 10, ed è cominciato appunto il percorso parlamentare della legge delega per l’introduzione del Reddito d’Inclusione, giunto a buon punto. L’incertezza politica, però, rischia secondo l’Alleanza di vanificare i passi in avanti compiuti, e per evitarlo occorre che il Parlamento approvi in tempi brevi la legge delega e che sia predisposto il Piano nazionale contro la povertà nel quale specificare tutti i passaggi attuativi da compiere per l’introduzione del Rei.

L’alternativa è quella proposta dalla capogruppo Pd nella commissione Lavoro a Palazzo Madama, Annamaria Parente: “Alla ripresa dei lavori, nei primi giorni di gennaio, suggerirò al governo di trasformare la legge delega in un provvedimento subito attuativo, senza la necessità di dover emanare i decreti, accelerando cosi l’operatività della prima misura nazionale di contrasto alla povertà. In Senato, dopo aver ascoltato in commissione numerose realtà che si occupano del tema, stiamo lavorando ad alcune modifiche che andranno a migliorare il testo uscito dalla Camera”.