Non fondi in più una tantum, ma un piano da sviluppare nel tempo. Non interventi tampone, ma un progetto che risolva, o quantomeno aiuti ad affrontare il problema tramite un sistema di welfare adeguato. E’ l’appello al governo fatto da Caritas nel Rapporto 2016 sulle politiche nazionali contro la povertà. Il titolo è “Non fermiamo la riforma”, perché, secondo l’organismo pastorale della Cei, nelle prossime settimane “si deciderà il futuro della lotta alla povertà in Italia”. Sta infatti per concludersi la discussione in Parlamento sulla legge delega in materia ma soprattutto sono attese decisioni cruciali riguardanti il Piano nazionale contro la povertà e i fondi da inserire nella Legge di bilancio. Che cosa accadrà? “Certamente avremo una riforma che ci doterà di una misura nazionale contro la povertà assoluta, il Reddito d’Inclusione (Rei)”, scrive la Caritas nel dossier. Ma subito dopo avverte che ancora non si può dire se “il Rei si rivelerà l’efficace intervento destinato a tutti gli indigenti del quale il Paese ha bisogno o se, invece, andrà ad arricchire la lunga serie italiana di riforme interrotte”. Infatti è ancora a decidere sia “se sarà destinato a tutti o solo ad alcuni poveri”. E le scelte sui target dei beneficiari “sono ovviamente strettamente legate a quelle sui finanziamenti“.

Da mesi sulla definizione del Reddito d’inclusione è in atto un confronto tra Parlamento, governo e Alleanza contro la povertà in Italia. E secondo Caritas l’ammontare degli stanziamenti aggiuntivi per il prossimo anno non è il nodo principale. “Concentrare lo sguardo solo sulle risorse previste dalla Legge di bilancio per il 2017 rappresenterebbe un errore”, spiega il rapporto. Infatti “gli ulteriori 500 milioni promessi sono utili e necessari” e “per il prossimo anno non ne servono di più”. Ma “l’interrogativo sul quale bisognerebbe confrontarsi” è piuttosto “quale progetto vogliamo costruire per un nuovo welfare rivolto ai poveri”. Per farlo bisogna tener presente che “al fine di rivolgersi a tutti i 4,6 milioni di persone in povertà assoluta sono necessari circa 7 miliardi di euro“. Da qui l’idea di un Piano pluriennale avanzata dall’Alleanza contro la Povertà e la richiesta di una programmazione “con tappe e punto di arrivo certi sin dall’inizio, garantendo ai territori tutti gli strumenti necessari a tal fine”. Questa è “l’unica via possibile per dotare il nostro Paese di una misura universalistica contro la povertà assoluta degna di questo nome”, scrive Caritas.

L’EREDITÀ NEGATIVA DEL PASSATO E L’AUMENTO DEI POVERI A 4,6 MILIONI – La base da cui si parte è che l’Italia è il solo Paese in Europa, insieme alla Grecia, privo di una misura nazionale universalistica contro la povertà assoluta. La sua introduzione è stata da più parti richiesta sin dall’inizio degli anni ’90, senza trovare ascolto in nessuno degli esecutivi che si sono susseguiti nel tempo. Tutto questo mentre in Italia i dati peggioravano di anno in anno. “Durante la crisi – sottolinea il rapporto – le persone coinvolte sono salite da 1,8 milioni del 2007 (pari al 3,1% del totale) a 4,6 milioni del 2015 (il 7,6%)”. E non si tratta più solo del Sud o di famiglie numerose o degli anziani. In questi anni l’indigenza è notevolmente cresciuta al centro nord, tra le famiglie giovani e anche in nuclei con uno o due figli o con componenti disoccupati.

I 500 MILIONI ATTESI DALLA LEGGE DI BILANCIO BASTERANNO SOLO PER IL 35% DEGLI INDIGENTI – Secondo le dichiarazioni del governo, la prossima legge di Bilancio dovrebbe aggiungere ulteriori 500 milioni al miliardo già disponibile dal 2017. “Considerando alcune misure attualmente già destinate agli indigenti, come la Social Card, che saranno assorbite nel Rei, si arriva a circa due miliardi”. Pur sottolineando come la Legge di stabilità per il 2016 abbia già segnato “una netta discontinuità rispetto alle scelte del passato” sia in termini di risorse economiche sia di progettualità (con un disegno di legge delega per la riforma del settore, attualmente in discussione al Parlamento e che porterà proprio all’introduzione del Rei), la Caritas sottolinea come le risorse annunciate per il futuro “permetteranno di intercettare solo una quota della popolazione indigente, impossibile da stimare adesso, ma certamente inferiore al 35% del totale”. E se ad oggi l’obiettivo del governo “sembra quello di raggiungere il maggior numero possibile di famiglie povere con figli, l’esecutivo non ha sinora palesato le proprie intenzioni in riferimento a eventuali altre azioni previste dal 2018 in avanti”.

Nel frattempo i nuovi stanziamenti contro la povertà sono destinati, per quest’anno, a due misure transitorie, il Sostegno per l’Inclusione Attiva (Sia) e l’Assegno di Disoccupazione (Asdi). Nel corso del 2017 entrambe saranno assorbite nella misura unica contro la povertà, il Rei appunto. Gli interventi transitori però stanno incontrando rilevanti difficoltà attuative. E sebbene per la Caritas “aspettarsi di tradurli in pratica senza incontrare, in una prima fase, significativi ostacoli sarebbe irrealistico” c’è comunque da sottolineare che “l’avvio di queste misure non è stato in alcun modo preparato, e i servizi locali non sono stati dotati né dell’ulteriore personale necessario, né delle competenze adatte alle nuove sfide”. Ecco allora che l’organismo pastorale del Cei si chiede “se, e in che modo, la riforma in discussione saprà evitare di reiterare l’assenza di idonei sforzi per accompagnare i territori nel cambiamento”.

lotta-povertaDAL REI AL PIANO NAZIONALE. MA SERVONO 7 MILIARDI – Guardando alle possibili strategie per i prossimi anni, secondo la Caritas sono possibili due scenari. Quello della ‘riforma interrotta’, nel quale il Piano nazionale avrà un orizzonte molto limitato: il percorso previsto per l’introduzione del Rei si ferma al 2017 e la percentuale di poveri interessata si limita al 35% del totale. L’esito? “L’ennesima riforma italiana abbandonata in corso d’opera”. La seconda opzione è quella della ‘riforma completa’ con un piano pluriennale definito, con le caratteristiche suggerite dall’Alleanza contro la povertà e altri soggetti. “Un Piano 2017-2020 – suggerisce la Caritas – che incrementi progressivamente le risorse, e quindi l’utenza, arrivando nel 2020 a stanziare i 7 miliardi necessari per rivolgersi al totale della popolazione povera”. Perché un piano pluriennale? “Perché per costruire un cambiamento ambizioso nei territori ci vuole tempo – si spiega nel rapporto – e perché per progettare un cambiamento ambizioso a livello locale serve un quadro di riferimenti sicuri riguardanti le politiche nazionali del prossimo futuro”. L’ultima ragione è suggerita dalla logica: “Risponde all’esigenza di diluire il necessario incremento di spesa nel tempo lo rende meglio sostenibile dal bilancio pubblico”.