Addio principessa Leila. Carrie Fisher è morta a 60 anni dopo il peggioramento avvenuto in seguito ad un infarto. L’annuncio è stato dato dal portavoce della famiglia, Simon Halls: “È con profonda tristezza che Billie Lourd (la figlia ndr) conferma che la sua amata madre Carrie Fisher è deceduta alle 8:55 di questa mattina”, è scritto nel comunicato ufficiale del decesso. “È stata amata dal mondo e ci mancherà profondamente. Tutta la nostra famiglia – ha affermato la figlia – vi ringrazia per i vostri pensieri e preghiere”. Il 23 dicembre 2016 l’attrice aveva avuto un attacco di cuore quindici minuti prima dell’atterraggio all’aeroporto di Los Angeles, mentre si trovava su un volo della United Airlines proveniente da Londra. A bordo era stata soccorsa dal personale dell’aereo che le aveva praticato un massaggio cardiaco, ma nonostante il rapido ricovero in terapia intensiva all’UCLA Medic Center  la donna era già stata definita in condizioni critiche.

La Fisher rimarrà celebre nella storia del cinema per un ruolo che l’ha portata al successo, celebrata e, anche se sappiamo che per i fan di Star Wars potrebbe risultare lesa maestà, estremamente limitata a livello professionale: la principessa Leila Organa che apparve da una “galassia lontana lontana” direttamente sui grandi schermi statunitensi il 25 maggio del 1977 (in Italia il 20 ottobre dello stesso anno), a soli 19 anni. Figlia dell’attrice Debbie Reynolds, la protagonista di Cantando sotto la pioggia, e di Eddie Fisher, che lasciò la moglie nel ’59 dopo cinque anni di matrimonio per sposare Liz Taylor, Carrie debuttò da adolescente in un musical di Broadway intitolato Irene, poi esordì in Shampoo, nel 1975, dimenticabilissimo film del grande Hal Hashby, interpretato da un capelluto parrucchiere di Beverly Hills che risponde al nome di Warren Beatty e da Julie Christie.

 Come fece notare recentemente la Fisher nelle sue memorie Whishful Drinking, a 19 anni, proprio alla stessa età della madre, divenne popolare in tutto il mondo per il ruolo da protagonista femminile in mezzo a due co-protagonisti maschi: là in Singing in the rain c’erano Gene Kelly e Donald O’Connor, qua Mark Hamill ed Harrison Ford. Straordinaria acconciatura con i capelli raccolti a crocchia sulle orecchie, lunga tunica bianca, e per l’occasione anche il blaster tipico della saga di Lucas maneggiato con una certa abilità, la Fisher si trasforma in Leila per i tre film del franchise che riscriveranno la fantascienza cinematografica e creando il mito: Star Wars, L’impero colpisce ancora (1980), Il ritorno dello Jedi (1983).

L’icona di Leila diventa universale. E la Fisher entra “dentro” a quel ruolo senza uscirne realmente più. Spasmodica l’attesa per rivederla nel 2015 in The Force Awakens di J.J.Abrams quando con una pettinatura un po’ più sobria reincontra Ford/Han Solo, gli sorride e gli dice: “New jacket?”. Cerchio che si chiude, quello con Ford, nel novembre 2016 quando esce l’ultimo libro biopic, The Princess Diarist, dove la Fisher confessa il flirt da 19enni sul set del primo Star Wars. “Sono passati 40 anni, durante i quali non ho detto niente a nessuno. Ma questo non significa che non sia affezionata a quei ricordi”, spiegò poi nello specifico dal suo profilo twitter l’attrice. “Durante la settimana eravamo Han e Leia, durante il weekend Carrie e Harrison, tutto qua. Non ho intenzione di metterlo in imbarazzo, d’altronde lo rispetto profondamente. Ma ritengo di aver aspettato abbastanza”. L’ultima apparizione nella saga di Guerre Stellari arriva nello spin off uscito pochi giorni fa, Rogue One, dove una giovane Leila grazie alla computer grafica fa capolino verso fine film.

Per la Fisher i ruoli dopo Star Wars di certo non mancarono, ma troppo ingombrante rimase quell’agile donzella che sbaraglia eserciti del male e strega con sguardo e sorriso che lasciano di sale. Eccola allora apparire in una piccola parte in The Blues Brothers (1980); poi in Hannah e le sue sorelle (1986), dove interpreta la cuoca April, amica di Holly (Dianne West) a cui soffia l’uomo; poi ancora in Harry ti presento Sally (1989) dove interpreta la migliore amica della protagonista (Meg Ryan). Le altre decine di parti che arriveranno fino ai giorni nostri, senza offesa, sono piccole piccole. Forse fanno più scalpore i rifiuti: Laguna blu, Terminator, Sotto accusa. O fa più scalpore che i diritti del suo primo memoir, Surrender the pink, nel 1990, vengano venduti alla Warner per un milione di dollari, Spielberg alla regia, Demi Moore come protagonista, ma la realizzazione scoppi come una bolla di sapone. Del resto la Fisher ha vissuto gli anni ottanta in modo turbolento: consumo di eroina quasi peggio di Belushi sul set dei Blues Brothers, il divorzio da Paul Simon dopo nemmeno un anno dalle nozze e un tira e molla che dura dal 1983 al 1991, il disturbo bipolare di cui non si vuole rendere conto per molto tempo.

Tra l’amore per la prosa di Truman Capote e i versi di Dorothy Parker, l’ancora giovane Fisher tenta una rinascita faticosissima che durava forse ancora fino a ieri, e che probabilmente non è mai finita. Vive il riflesso lunghissimo della popolarità di quel personaggio che continua a sostenerla anche nei giorni più bui, ma che diventa gradualmente un discreto fardello. Si è detto dei tanti libri biografici, sempre a ruba, ma non si è sufficientemente parlato di quando la sua vita, i suoi amori (aggiungiamoci anche Dan Aykroyd e il senatore democratico del Connecticut Chris Dodd), e le sue più intime convinzioni personali scritte in Whishful Drinking finirono come monologo teatrale e lei ad interpretarlo. A 53 anni, sul palco del Roundabout Theater, raccontò con ironia vita e destino d’attrice, mettendo d’accordo sul divertimento dello spettacolo tutti i critici teatrali d’America. Una battuta su tutte, dolorosissima: “Io sono il tragico prodotto dell’incestuosità hollywoodiana. Ecco cosa succede quando due celebrità si riproducono”. Ecco allora perché a noi la piccola Leila piace ricordarla in altro modo, combattiva e dolce, tenace e romantica, quando mitraglia Jake e Elwood, ma si scioglie di fronte alle cavallette e agli occhietti languidi di John Belushi, e l’inquadratura scopre un riflesso lucente sulle sue splendide labbra: “Oh, Jake”.