Intanto per chi entrerà in sala a vedere Rogue One: A Star Wars story, diretto da Gareth Edwards (Godzilla, Monsters), consigliamo l’uso della funzione “torcia” dello smartphone. Una possibilità in più per scorgere meglio facce e corpi dei personaggi del film che combattono in interni caccia/astronavi, e nei primi tre set in esterni per poco più della metà delle due ore e rotte di film, immersi in un nero pece, cupa oscurità mescolata perfino a pioggia battente. Non vogliamo sminuire alcunché della buona riuscita complessiva dell’ottavo titolo del franchise Star Wars. Ma ci teniamo a dirvi che la scelta cromatica precisa di non “illuminare” una bella fetta di Rogue One è tratto distintivo di una storia che sembra come riemergere dai bassifondi di una lotta sporca tra Impero e Alleanza ribelle, tutta imperniata su defilate figure di contorno che definiremmo “estremiste”, loschi piloti, ceffi e marmaglia che però hanno fatto della battaglia col coltello tra i denti per la causa ribelle, una ragione di vita che va oltre le scelte dei piani alti dell’Alleanza.

Gli sceneggiatori Chris Weitz e Tony Gilroy tessono una tela non certo dalle tinte scintillanti ma dalla trama fitta e robusta. Action e drama si mescolano per un “period movie” che vede un breve prologo introduttivo su laviche terre brune in cui lo scienziato Galen Erso viene rapito dai viscidi sgherri imperiali per costruire un’ “arma fine di mondo”. Galen riesce a mettere in salvo la figlioletta Jyn che però torna di nuovo in scena con un salto temporale di una dozzina d’anni tutta bella cresciuta con le sembianze di Felicity Jones. L’anelito di “speranza” e la foga della lotta, come dicevamo, però non hanno l’adamantina ispirazione nobile dei grandi personaggi della trilogia originale, ma possiedono come un interiore fuoco sacro, una foga nascosta screziata di maledettismo, che proprio in Jyn e nell’ambigua figura di Cassian (il discreto Diego Luna), e nel duo guerriero orientaleggiante Chirrut e Baze (le star cinesi Donnie Yen e Wen Jiang) prendono la forma finale di un “mucchio selvaggio” alla Peckinpah più che a qualsivoglia esercito di ordinati piloti pulitini. Torniamo un attimo alla trama, perché di fondo grandi novità da questo punto di vista non ce ne sono. Possiamo dire che Galen non è ovviamente morto come tutti i membri dell’Alleanza pensano e che nei ritagli di tempo della costruzione dell’ “atomica” imperiale spedisce segnali di vita alla figlia. Anzi le traccia un vero e proprio varco per poter entrare nei piani di guerra e difesa della “morte nera” e sabotarne almeno qualcheduno. Così se i capoccioni dei ribelli tentennano impauriti per andarsi a prendere le formule all’interno del paradiso tropicale di Scarif, uno dei territori occupati manu militari dell’Impero dove è costruito un archivio babelico di file di battaglia, ci pensa il manipolo di ardimentosi combattenti ad intervenire in battaglia chiaramente scontrandosi con una proporzione uno a mille. Non raccontiamo altro, anche se in molti hanno già intuito la lunga resa dei conti finale che richiamerà in scena perfino Darth Vader.

Edwards non fa altro che inserire il pilota automatico, chiedendo meno acrobazie coreografiche ai propri attori, e più sostanza nell’impenetrabilità dei loro sguardi. La Jones esegue in modo talmente incredibile gli ordini tanto da risultare, e non è una critica negativa ma una constatazione fattuale, una specie di automa di cui talvolta si confonde persino il sesso (ben diverso il fascino mascolino della Rey/Daisy Ridely in The Force Awakens). Sempre in tema di richiami visivi e dejà vu cinematografici il “pantano” di palme e sabbia di Scarif ricorda molto il Vietnam “filippino” di Apocalypse Now. Mentre i già annunciati camei resuscitanti di Peter Cushing e Carrie Fisher, per entrambi si riesumano in CGI i visi della trilogia originale, fanno il paio con la buffa apparizione di C1-P8 e C-3PO.

Senza infamia e senza lode, anzi senza grossi spunti innovativi, la prima colonna sonora Star Wars non a firma John Williams, ma Michael Giacchino. Infine l’impressione di fondo, pur nel recupero di tutta quell’iconografia di set, design e costumi molto anni settanta, è che questo episodio/rilancio, che va collocato temporalmente nella saga tra Revenge of the Sith e Star Wars del ’77, non abbia bisogno di star memorabili e fantasmagorie effettistiche per proseguire in altri già annunciati spin-off. Perché il franchise Star Wars, che probabilmente non vivrà più di un’attesa da evento commerciale reiterato con lo scopo di abbattere record al box office ogni volta, sembra invece aver acquisito una tale compattezza di senso da poter stressare in scioltezza la materia originaria del dualismo bene/male, Impero/Alleanza, alla base del film, senza che ci si lamenti uscendo dalla sala, blaterando contro il caos della numerazione degli episodi e la pesante sensazione di un sequel perenne. Avanti così. E di questi tempi non è poco.