Dublino contro l’Antitrust Ue per il caso Apple. L’Irlanda ha fatto ricorso contro l’intervento di Bruxelles che la scorsa estate aveva chiesto alla multinazionale di Cupertino di restituire al Paese 13 miliardi di euro di imposte non versate. “Si tratta di una interferenza nella sovranità nazionale e Bruxelles ha avuto una comprensione errata di come funziona la tassazione delle multinazionali”, fa sapere il ministero del Tesoro irlandese. Il ricorso era atteso, visto che già il 30 agosto scorso, quando la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager aveva ufficializzato la decisione della Ue, da Dublino era stata annunciata la volontà di fare appello di fronte alla Corte di Giustizia europea. Attesa in settimana anche la risposta di Apple.

Il governo guidato dal conservatore Enda Kenny ha pubblicato un documento in cui presenta i punti chiave del ricorso: erronea interpretazione del funzionamento del diritto fiscale irlandese e indebita interferenza negli affari interni. La tempistica non è casuale: la pubblicazione da parte della Commissione europea dei dettagli della decisione con cui lo scorso agosto Bruxelles ha stabilito che Apple  in Irlanda ha goduto di un trattamento fiscale privilegiato, condannandola a restituire i 13 miliardi di euro, era attesa per questa settimana ed è arrivata in mattinata. Nel testo, di 130 pagine, si elencano nel dettaglio le motivazioni della decisione che non ha precedenti, come somma da recuperare, nella storia dell’antitrust Ue. E si ribadiscono le accuse contro Dublino formulate il 30 agosto. Grazie a due tax ruling, cioè accordi fiscali ad hoc tra autorità e aziende, stipulati nel 1991 e 2007, la Apple ha evaso sistematicamente tasse che avrebbe dovuto pagare su tutti i profitti generati sulle vendite in Ue e anche in Africa e Medio Oriente. Questo grazie ad uno schema già noto all’Antitrust, cioè lo spostamento di profitti: la società registrava tutte le vendite nella sede irlandese invece che nei Paesi dove i prodotti venivano effettivamente venduti e tali profitti, anziché essere tassati al 12,5% come previsto dalla corporate tax irlandese, venivano riversati a una sede centrale fantasma esentasse in base alla legislazione irlandese sulle società senza Stato abolita poi nel 2013.

Dal canto suo la società di Cupertino è pronta al ricorso, come hanno riferito alla Reuters  il general counsel Bruce Sewell e il chief financial officer Luca Maestri. L’azienda sosterrà che le autorità europee hanno ignorato il diritto societario e i pareri degli esperti fiscali, scegliendo deliberatamente un metodo per massimizzare la penale. “Apple non è un’anomalia in nessun senso che possa contare per la legge”, hanno detto i due manager. “Apple è un bersaglio conveniente perché genera un sacco di titoli. E permette al commissario di diventare il danese dell’anno 2016″, ha aggiunto Sewell, riferendosi al titolo assegnato il mese scorso alla commissaria Vestager dal quotidiano Berlingske.

La somma chiesta alla multinazionale di Cupertino rappresenta un record: è superiore di 40 volte rispetto a quelle richieste ad altre società in casi simili, come quelli che hanno coinvolto Fiat Finance e Starbucks per gli accordi fiscali con Lussemburgo e Olanda. I 13 miliardi sono pari a quello che l’Irlanda paga ogni anno per la sanità, ma nonostante questo il governo ha sostenuto all’unanimità la necessità di fare appello. Quello che l’Unione europea contesta è di aver aggirato il diritto fiscale internazionale, consentendo alla Apple di domiciliare sul proprio territorio decine di miliardi di dollari di imponibile, realizzato in realtà in altri Paesi. In pratica le vendite venivano registrate in Irlanda, anche se venivano realizzate in altri Stati. In cambio di un’aliquota bassissima veniva garantito il mantenimento dell’occupazione locale. Solo nella città di Cork, Apple dà lavoro a più di 5mila persone ed è il maggior datore di lavoro privato. Del resto negli ultimi 20 anni l’Irlanda ha incentrato tutta la sua politica economica su un regime fiscale attrattivo per le multinazionali.