C’è anche Marco Piazza, il vicepresidente del consiglio comunale di Bologna, tra gli indagati della procura della Repubblica del capoluogo emiliano nella vicenda della raccolta firme del Movimento 5 stelle per le Regionali 2014. Negli ultimi mesi sono stati sentiti 200 testimoni e l’ipotesi degli inquirenti è che sia stata violata la legge elettorale nell’articolo 90 comma 2 del Dpr 570 del 1960, come accaduto a Palermo dove gli accertamenti sono in corso. In Emilia-Romagna il fascicolo d’inchiesta era nato da fuoco amico: ovvero da un esposto del 27 ottobre 2014 di due militanti Paolo Pasquino e Stefano Adani. L’indagine, che ancora non è chiusa, è in piedi da due anni e da allora i carabinieri di Vergato, un paese sull’Appennino bolognese, hanno lavorato per raccogliere tutti gli elementi utili ai pm. In Sicilia invece era stato un reportage del programma Le Iene a far riaprire un’indagine che sembrava destinata all’archiviazione. A Palermo, proprio oggi, sono partiti i primi avvisi a comparire per 10 indagati.

Tra gli indagati c’è il vicepresidente del Consiglio comunale – Tra gli indagati bolognesi il nome più altisonante è quello di Marco Piazza, vicepresidente del Consiglio comunale, chiamato in causa in qualità di certificatore, insieme a un suo collaboratore e ad altre due persone. Piazza ha già dato la disponibilità a sospendersi dal Movimento. Tra le contestazioni per i quattro, nel fascicolo del pm Michela Guidi c’è quella di aver autenticato firme non apposte in loro presenza oppure in luogo diverso rispetto al requisito di territorialità, oppure in mancanza della qualità del pubblico ufficiale. Piazza era stato eletto per la prima volta nel 2011 ed è stato rieletto lo scorso giugno per un secondo mandato. “Firme false a Bologna non ce ne sono – ha detto Piazza rispondendo ai cronisti – questo è il messaggio che voglio darvi, almeno per quanto riguarda me, tutte le firme che ho preso, le ho prese lì. Non ci sono ricopiature o cose del genere. Attendiamo di vedere quale siano i capi di imputazione, anche perché i quattro nomi iscritti nel registro degli indagati sono una composizione un po’ strana. Non riesco proprio a immaginare su cosa stanno indagando. Io sono molto sereno. Avevamo centinaia di firme in più che non avevamo depositato. Se c’è stata qualche irregolarità non ne ho idea, se mi hanno iscritto vedremo qual è, ma è stata in buona fede. Non ci serviva correre o ricorrere a sotterfugi. Ho saputo di essere indagato dalla stampa”. Poi il consigliere ha concluso: “Speravo che ci fosse una procedura più formale e invece apprendo che in Italia si viene a sapere di essere indagati dai giornalisti, va bene”.

Un altro indagato, Stefano Negroni, che lavora per il gruppo pentastellato proprio in Comune ed è il segretario di Piazza, sostiene che le firme sono state raccolte in totale “correttezza”. Di certo “non ci sono firme false”. “Ho scoperto che sono tra gli indagati perché ero uno degli autenticatori – afferma Negroni – e ci tengo a sottolineare che ero anche colui che ha presentato in Tribunale le liste, quindi avevo tutte le firme in mano”. E se nell’esposto che ha dato il via all’inchiesta sembra si affermi che gli autenticatori non erano effettivamente presenti mentre si raccoglievano le firme, Negroni dice: “Ero al Mazzini la sera del Mazzini ed ero in piazza il giorno del firma day”, peraltro “con una giacca bianca”, giusto “per passare inosservato”. Negroni, poi, sottolinea: “Il nostro modo di raccogliere è sempre stato collegiale”, dunque “tutti ci hanno messo le mani e un errore ci può stare nel modo che abbiamo noi di lavorare, che è condiviso”. Di certo, però, tutto è stato fatto “alla luce del sole” e in questi giorni, commenta Negroni, ci sono “una serie di elementi curiosi” che stanno venendo fuori.

Le indagini dei carabinieri sui certificatori – Gli investigatori dell’Arma hanno chiesto ai testimoni di riconoscere la propria firma e di confermare se il certificatore di lista era presente o meno al banchetto. Sono state mostrate loro anche le foto dei certificatori, per essere sicuri che si trattasse della stessa persona presente al momento della firma. La notizia dell’apertura di un fascicolo era emersa a ottobre 2014, proprio nel giorno della presentazione dei candidati del Movimento 5 stelle in Regione Emilia-Romagna. Le elezioni furono poi vinte da Stefano Bonaccini del Pd, mentre i 5 stelle raccolsero il 15% circa. Le presunte irregolarità, a quanto apprende IlFattoQuotidiano.it, riguarderebbero una ventina di firme. Eppure sono diversi gli episodi sotto accusa.

Nel testo dell’esposto si evidenziano alcune irregolarità sull’evento nazionale di Roma, due anni fa al Circo Massimo. Le firme per le regionali, sostenevano gli attivisti che hanno denunciato, sono state raccolte anche lì, nel corso della kermesse M5s, e quindi al di fuori del territorio di competenza dei consiglieri comunali certificatori. Come prova i due attivisti allegavano alcune foto scattate dai militanti seduti al banchetto, davanti all’elenco delle firme. Immagini che sarebbero state pubblicate dagli stessi protagonisti sui loro profili Facebook. Sempre sul social network, sulla pagina di “Massimo Bugani M5s”, una persona confermava di aver “firmato al Circo Massimo”. Ma non solo: le firme sarebbero state raccolte anche a Bologna, nel circolo Mazzini (uno dei luoghi di ritrovo abituali dei 5 stelle), in assenza dei consiglieri comunali Massimo Bugani e Marco Piazza, deputati all’autenticazione. Stessa cosa sarebbe successa in alcuni momenti del Firma day, organizzato il 18 ottobre.

Il capogruppo M5s Bugani: “Non c’è nulla, siamo sicuri” – “Non c’è nulla, siamo sicuri, ho totale fiducia in Marco – dice alla agenzia di stampa Dire Bugani, capogruppo del M5s e componente dello staff di Davide Casaleggio – Non ho alcun dubbio sulla sua integrità”. Se c’è stato qualche errore – ha detto Bugani – sarà “facilmente dimostrabile” che si è trattato di una semplice “coglionata” fatta “in buona fede” da qualche “fessacchione”. Allo stesso modo, si potrà dimostrare se invece c’è stata una “trappolina” ordita per “colpire me”, aggiunge Bugani. Il capogruppo dice che l’esposto da cui è nata l’inchiesta “forse è stato architettato ad arte da qualcuno”. Poi cita il nome dell’ex consigliere regionale pentastellato Andrea Defranceschi che da quelle stesse elezioni del 2014 fu escluso perché indagato e successivamente espulso da Grillo (per poi essere, infine, assolto). Intanto Bugani, che non è indagato, non esclude che il consigliere comunale possa autosospendersi: “Ne parleremo con i garanti, ci può stare per le regole del movimento, ma stiamo parlando – ribadisce il capogruppo – di una persona che correrà subito dagli inquirenti a dimostrare le sue ragioni e a chiedere cosa gli viene contestato, perché non lo sa”.

L’ex militante Adani: “Vertici Bologna sapevano” – “Come militanti M5S vigilavamo sui banchetti del Pd e del Pdl per appurare che raccogliessero le firme in maniera corretta, senza commettere brogli. Quindi sapevamo perfettamente come andavano raccolte le firme per correre alle elezioni. Abbiamo presentato un esposto in Procura perché abbiamo visto traditi i valori del Movimento e non potevamo certo restare a guardare”, dice Adani. “Prima di recarci in Procura, io e l’altro militante deluso, abbiamo provveduto ad avvisare, a più riprese, i vertici bolognesi del Movimento”. Adani non fa nomi, ma assicura di aver trovato “un muro di gomma”. A chi gli chiede se questi avessero avvisato Grillo o la Casaleggio Associati della vicenda, “non ne ho la benché minima idea”, risponde.

“Cinque episodi diversi – spiega – quello più clamoroso, la raccolta firme al Circo Massimo, in occasione della prima kermesse grillina a Roma. Dunque firme raccolte fuori dal territorio. Poi c’erano tre episodi di firme raccolte senza nessun certificatore presente, e infine il caso di un certificatore di altro Comune. Anche quest’ultimo un fatto gravissimo. Le regole a cui dovevamo attenerci nel raccogliere le firme erano note e chiare a tutti – prosegue Adani – oltretutto, nel momento in cui vengono autenticate, la persona chiamata a farlo diventa pubblico ufficiale, dunque deve conoscere perfettamente la legge vigente: chi ha sbagliato, l’ha fatto consapevolmente e non perché non conoscesse le regole. Altrimenti – fa notare l’ex militante – non saremmo stati in grado nemmeno di vigilare sui banchetti di Pd e Pdl”. “Quel che è accaduto per noi – aggiunge – raffigura uno dei tanti errori commessi dal M5S nella sua metamorfosi, un vero e proprio tradimento dei suoi valori. Non potevamo tacere, per questo siamo andati in Procura…”.

Andrea Defranceschi: “Firme prese in fretta e in modo allegro” – “Le firme per le regionali 2014 sicuramente furono prese in fretta e furia e in modo allegro perché il Movimento era in super ritardo. A settembre ancora non era iniziata la raccolta firme, quando mancavano meno di due mesi alle elezioni” racconta all’AdnKronos Andrea Defranceschi, cacciato nell’ottobre del 2014, a un mese dalle regionali. A settembre era comunque ancora nel movimento e, dopo l’espulsione di Giovanni Favia, era l’unico consigliere in Regione dei pentastellati. Spettava anche a lui, dunque, occuparsi in modo massiccio della campagna elettorale. “Continuavo a mandare mail a Beppe Grillo e a Gianroberto Casaleggio – racconta Defranceschi – per chiedere istruzioni sulla raccolta firme e la campagna elettorale, ma non arrivava nessuna risposta e non partiva nessuna raccolta. Aspettavamo tutti istruzioni, ma a settembre non era stato ancora organizzato nulla”. Poi replica a Bugani: “È ossessionato da me”. E chiarisce: “Pasquino e Adani, al contrario, non mi dissero nulla dell’esposto per non coinvolgermi, un gesto di grande amicizia ed eleganza. Lo seppi solo a cose fatte.”.

Bugani all’epoca minacciò di querelare Adani e Pasquino, ma la denuncia non partì mai. “Bugani dovrebbe guardare in casa sua anziché pensare a me – conclude Defranceschi – anche perché lui sapeva benissimo che vennero raccolte delle firme al Circo Massimo come risulta anche dai commenti su Facebook di vari attivisti”. Le firme, dunque, vennero prese in appena due mesi ma, per Defranceschi, sono da escludere errori dovuti alla scarsa informazione sulla modalità di raccolta. “Venne mandata una mail a tutti i candidati – ricorda – dai vertici del Movimento, per spiegare passo passo come si raccoglievano le firme e avvertire che non sarebbero state valide se prese fuori dal territorio o senza adeguata certificazione”. Da escludere, secondo l’ex consigliere, anche delle ingenuità dovute all’inesperienza. “A coordinare la raccolta firme – spiega – furono Marco Piazza e Stefano Negroni (entrambi indagati), insieme a Serena Saetti. Tutti e tre raccoglievano firme dal 2008-2009 quindi erano espertissimi”.