“Abbiamo posto il veto con il sottosegretario Gozi a Bruxelles”, gonfiava il petto Matteo Renzi ieri pomeriggio a Catania. “L’anticamera del veto”, lo ridimensionava quindi in serata lo stesso presidente del Consiglio, che lo sa benissimo: la mano alzata dal governo italiano contro la modifica del bilancio pluriennale dell’Unione Europea non è altro che un modo per fare la voce grossa con Bruxelles nel tentativo di recuperare consensi tra gli anti-europeisti in vista del referendum costituzionale che vede il “Sì” indietro nei sondaggi.

Il governo Renzi ha “confermato la riserva” annunciata a fine ottobre alla proposta di compromesso fatta dalla presidenza slovacca per la revisione di medio termine del bilancio 2014/2020, che l’esecutivo non considera accettabile perché mancano garanzie per l’aumento di risorse a favore di quelle che vengono considerate “priorità”: immigrazione, sicurezza, disoccupazione giovanile o programmi per la ricerca. Non è ancora un veto “perché non c’era una votazione”, confermava ieri il sottosegretario per gli Affari europei Sandro Gozi. Tanto che il Consiglio Ue, per bocca del sottosegretario slovacco per gli Affari Esteri ed Europei Ivan Korcok (la Slovacchia ha la presidenza di turno), ha fatto sapere che “la posizione dell’Italia viene assolutamente rispettata, ma nello stesso tempo la presidenza può andare avanti”. Un accordo sarebbe dovuto arrivare entro il 17 novembre, ma per l’intesa definitiva c’è tempo fino alla fine di dicembre.

Renzi alza la voce perché gli attacchi alla Ue fanno guadagnare consensi -Renzi lo sa e ora gioca la sua carta: alza ancora una volta la voce contro Bruxelles, come ha fatto spesso negli ultimi mesi puntando il dito contro il dogma dell’austerity, convinto che sia un buon modo per recuperare voti alla causa del “Sì”. “Stando alle rilevazioni – scrive La Repubblica – il Sì è sotto in tutte le regioni ad eccezione di una, l’Emilia Romagna. Con il No attestato al 53% a livello nazionale”. Dati in base ai quali persino il quotidiano romano, tradizionalmente vicino alle posizioni del governo guidato dall’ex sindaco di Firenze, fornisce una lettura critica dell’ultima mossa del premier: “A dettare la linea aggressiva in Europa – si legge ancora – c’è anche un altro dato che spicca nei report confezionati dai sondaggisti: gli attacchi all’Ue sono la cosa più apprezzata dagli italiani, che invece non sembrano interessati agli altri argomenti della campagna elettorale”. Così Renzi prosegue nel solco tracciato tracciato a partire dallo strappo di Bratislava, “a maggior ragione ora che prova a pescare voti al di fuori del tradizionale campo del Pd (cosa che ha sempre fatto, ndr), tra i moderati di centrodestra più inclini a criticare l’Unione”.

Una lettura molto simile la fornisce La Stampa, altro autorevole quotidiano affatto ostile a Palazzo Chigi, che titola: “Tre mesi per un dietrofront. Così Renzi va a caccia di voti”. E nell’articolo argomenta: “Se il premier aveva bisogno di un alibi per alimentare la campagna elettorale in vista del referendum, l’ha avuto su un piatto d’argento. Per conquistare il voto degli italiani un po’ di antieuropeismo non guasta”.

Tre mesi fa l’Europa era “la soluzione, non il problema”. Poi la rottura di Bratislava – Nel gioco dei posizionamenti della politica, si sa, i giorni equivalgono a ere geologiche. Eppure sono passati pochi mesi dal 22 agosto, giorno in cui il premier a Ventotene con Angela Merkel e François Hollande arringava gli euroscettici euforici per il recente voto sulla Brexit: “L’Europa – diceva Renzi sull’isola dove nel 1941 Altiero Spinelli immaginò il Manifesto per l’Europa – è la soluzione, non il problema”. Cambiando, poi, idea tre settimane dopo, al vertice di Bratislava, quando faceva trapelare di non aver voluto partecipare alla conferenza stampa finale con la cancelliera e il presidente francese perché non ne condivideva le conclusioni: “Non sono soddisfatto, non recito a copione”. Per concludere il 9 novembre, all’indomani della vittoria di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca, quando si presentava, in diretta su Facebook, seduto alla propria scrivania di Palazzo Chigi senza la bandiera europea sullo sfondo.

Ma sottotraccia si chiede aiuto alla Ue per l’emergenza sisma… – Tutta scena. Perché se ufficialmente è scontro dichiarato, sottotraccia i veri rapporti tra Roma e Bruxelles sono molto più amichevoli di quanto Renzi voglia far trasparire. La prova? La Protezione civile ha appena inviato alla rappresentanza italiana presso la Ue la documentazione necessaria per chiedere il sostegno del Fondo di solidarietà dell’Unione, che aiuta i Paesi membri colpiti da una grave catastrofe naturale. Il termine ultimo per fare richiesta di una cifra fino a 354 milioni di euro per gli interventi di emergenza nelle zone del Centro Italia colpite dal terremoto scadeva oggi, mercoledì 16 novembre. Il governo si è mosso per rispettare i tempi, ma finora ha accuratamente evitato qualsiasi annuncio ufficiale sul fatto che Roma otterrà dei soldi per le popolazioni terremotate dalla stessa Ue, che viene intanto dipinta come “egoista” e aggrappata agli “zero virgola”.

…e si finanziano con fondi strutturali gli sgravi contributivi per le assunzioni al Sud – Altro esempio: sempre mercoledì Renzi ha annunciato trionfalmente la conferma per il 2017 dello sgravio contributivo integrale per le assunzioni a tempo indeterminato nel Mezzogiorno (mentre nel resto d’Italia ci saranno incentivi ridotti e solo per le aziende che assumono giovani dopo uno stage o un tirocinio). “Le aziende che scelgono di assumere al Sud hanno la decontribuzione totale come il primo anno del Jobs act. E’ una importantissima scelta che abbiamo fatto per il 2017”, ha detto. Ma i soldi per rendere possibile l’operazione – nelle zone d’Italia dove i Sì arrancano – arrivano da fondi strutturali europei. In particolare, come spiegato dal ministro del lavoro Giuliano Poletti, si tratta di “risorse comunitarie del Programma nazionale per l’occupazione”.

E da Bruxelles arrivano assist sulla legge di Bilancio e contro l’austerity – Nel frattempo, del resto, a confermare che si tratto di un mero gioco delle parti, la Commissione ha fatto un altro favore all’Italia: ha rimandato ai prossimi mesi il giudizio definitivo su una legge di Bilancio pur giudicata ad alto rischio di non rispettare il patto di Stabilità anche a causa dell’eccesso di spese per gli “eventi eccezionali” rappresentati dal sisma e dall’afflusso di migranti. Non solo: è arrivata anche la raccomandazione a tutti i Paesi dell’Eurozona di adottare da ora in poi una “politica espansiva” per stimolare la crescita. Basta austerity, insomma. Come chiesto da Renzi. Bruxelles vuole che il “Sì” vinca e non è il momento di mettere il bastone tra le ruote del premier. Non a caso il commissario Ue agli affari economici Pierre Moscovici ha commentato dicendo che “in questo periodo, in cui possono esistere qua e là intorno all’Atlantico delle tentazioni populiste, unire credibilità e intelligenza è utile”.