La via, teorica, è una sola: chiedere ai grandi elettori repubblicani di non votare per il loro candidato, Donald Trump. Perché è Hillary Clinton ad avere guadagnato la maggioranza dei consensi, oltre 280mila in più. Uno 0,2% di differenza che, però, ha consegnato al magnate 290 delegati contro i 228 dell’ex segretario di Stato. Nei giorni in cui proseguono le proteste nelle strade degli Stati Uniti e il Ku Klux Klan festeggia il tycoon, è questo il cavallo di battaglia su cui puntano i sostenitori democratici per impedire l’insediamento del neo presidente. Un messaggio che rimbalza su twitter con gli hashtag , #faithlesselector e attraverso la petizione su Change.org che ha raccolto oltre due milioni di firmatari. “Se tutti voteranno come hanno votato nei loro Stati, allora Trump vincerà. Tuttavia, possono scegliere di votare per Hillary Clinton. Anche negli Stati in cui non è consentito, pagherebbero semplicemente una piccola multa – che siamo sicuri i sostenitori di Clinton sarebbero felici di pagare!”.


La proposta, seppure molto remota, è prevista dal sistema elettorale americano. Ecco come funziona: nel giorno delle elezioni, come è stato lo scorso 9 novembre, i cittadini americani non scelgono direttamente il presidente, ma i grandi elettori (che compongono il Collegio elettorale). Il partito che ottiene la maggioranza dei voti li prende in blocco in ogni Stato: ognuno di loro – in questo caso il prossimo 19 dicembre – esprimerà due voti per eleggere il presidente e il suo vice. E solo allora, formalmente e di fatto, si stabilirà chi è il vincitore. Chi “tradisce” in molti Stati va incontro a una multa, ma la preferenza non viene invalidata.

La fase successiva, nel caso in cui il candidato non raggiungesse la maggioranza dei voti, viene affidata alla Camera dei deputati. Che decide. Vero è che, pur essendo una via percorribile, nella storia degli Stati Uniti non si è mai verificato che il voto contrario del Collegio elettorale ribaltasse il risultato ma in tutto, riferisce la no profit Fair Vote, ci sono stati 157 casi di “faithless electors”. “Circa il 45 per cento di quei voti – scrive il Washington Post – sono stati cambiati perché il candidato è morto prima del loro conteggio. Dei rimanenti, in tre hanno deciso di astenersi, mentre 82 hanno votato per un candidato diverso da quello che avrebbero dovuto sostenere“. In sostanza, conclude il Wp, “sono meno di due elettori ‘infedeli’ per elezione, dal momento che abbiamo avuto 57 tornate presidenziali“. Ma il National Archives and Records Administration riporta che nel 99% dei casi i grandi elettori non hanno tradito. In più da questa tornata elettorale i repubblicani escono con la maggioranza al Congresso, cosa che rende ancora più remota una scelta “sleale”.

Nella petizione si chiede ai grandi elettori di scegliere la Clinton e di “ignorare” il voto dei rispettivi Stati, perché Trump è “inadeguato” alla carica presidenziale. “Ha usato tanti americani come capro espiatorio e la sua impulsività, la sua abitudine a bullarsi, a mentire, i suoi trascorsi di molestie sessuali e la profonda mancanza di esperienza lo rendono un pericolo per la Repubblica“. Parole che rimandano al testo di Alexander Hamilton, uno dei Padri fondatori, che nel 1788 aveva definito le ragioni dell’esistenza del Collegio elettorale. Uno strumento ideato per timore della democrazia diretta e a tutela dell’onorabilità della Casa Bianca, per evitare la “tirannia delle masse” e perché il popolo, scriveva, “raramente giudica o decide nel modo giusto”. Con il “cuscinetto” del Collegio interposto tra il voto popolare e la White House “la carica di presidente non finirà mai nelle mani di un uomo che non sia dotato in massima misura dei requisiti indispensabili”. Requisiti che, secondo l’elettorato democratico, Trumpper il suo programma e le esternazioni espresse in campagna elettorale – non ha. Non ha vinto il voto popolare e nemmeno le elezioni, perché sarà il Collegio a scegliere, conclude la petizione.

E oltre al cambio di linea del 19 dicembre, ad avanzare proposteanti-insediamento interviene Michael Moore, già autore di un post contro il neopresidente eletto dal titolo: “Ecco perché questo sociopatico vincerà”. Propone, tra i suoi cinque punti, la costruzione di un vero movimento di opposizione e di trovare la via per l’impeachment. Forse, come nel caso del Collegio elettorale, sono ipotesi improbabili. Ma online il passaparola continua e le firme aumentano.