Qui si scrive di Donald Trump senza insultarlo: benché l’insulto sia per lui abitudine. E si scrive di Donald Trump senza denigrarlo, pur se la denigrazione sistematica sia esercizio che il magnate americano pratica con scaltrezza e metodo. Né ci soffermeremo più di tanto sulla sua attitudine di Grande Bugiardo, poiché è evidente che si tratta di una patologia, costante nel tempo e nei luoghi in cui il miliardario nato a New York (Queens) il 14 giugno del 1946, figlio di un facoltoso investitore immobiliare di New York (cito testualmente Wikipedia), ha vissuto ed operato: esistono prove inconfutabili delle menzogne trumpiane. Non vi troverete, in queste righe, giustificazione o critica del candidato Trump che grazie al cruciale aiuto del capo (repubblicano) dell’Fbi forse sta recuperando il distacco che lo separava da Hillary Clinton. I sondaggi sono indizi, ma nella società della paura e della rabbia possono essere usati come scimitarre, alla maniera del Califfato.

No, qui si scrive di Trump che scardina il mondo ingessato della politica americana, sfruttando il fascino discreto della ricchezza esibita come una medaglia, e sbrana il buonismo della morale ufficiale, dando voce ai processi istintuali, al lato meno nobile e più basso della natura umana. Trump si presenta come alfiere del partito repubblicano, e infatti incita l’opinione pubblica con proposte di identificazione che poggiano su concetti tradizionalmente conservatori: abbassare le imposte; determinazione a difendere il secondo emendamento della Costituzione (sul porto d’armi), sebbene non si capisca chi intenda minacciarlo alla radice; l’impegno a cancellare la riforma sanitaria voluta da Obama; no alla necessità di lottare contro il riscaldamento climatico perché è un complotto internazionale; cancellare l’accordo nucleare con l’Iran.