Le stragi che tra il 1992 e il 1994 insanguinarono il Paese avevano “un’indubbia finalità politico eversiva ed implicarono una minaccia anche al Governo”. E l’ex ministro Calogero Mannino già dal 1991 sapeva di essere finito nella lista nera dei corleonesi: per questo motivo chiese protezione al maresciallo Giuliano Guzzelli, al generale Antonio Subranni, a Mario Mori e a Bruno Contrada. Questi elementi però “risultano non adeguati” per considerare l’ex ministro Dc colpevole di essere l’ispiratore della Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. Lo sostiene il giudice Marina Petruzzella nelle motivazioni della sentenza con la quale ha assolto Mannino dall’accusa di violenza o minaccia ad un corpo politico o istituzionale dello Stato. L’ex ministro è l’unico degli imputati del processo sulla Trattativa ad aveva scelto di farsi processare con il rito abbreviato: il 5 novembre del 2015 aveva dunque incassato un’assoluzione per non aver commesso il fatto. E ci ha impiegato quasi un anno il gup Petruzzella per depositare le motivazioni che sono alla base di quell’assoluzione. Più di cinquecento pagine in cui il giudice passa in rassegna le prove prodotte dalla procura di Palermo a carico Mannino, definendole “non sufficienti”, “non adeguate”, passibili di “varie ragionevoli interpretazioni” diverse da quelle scelte dai pm.

“Contatti Ros – Ciancimino non dimostrano accordo Mannino – Cosa nostra”-
Uno il passaggio fondamentale dell’atto d’accusa all’ex ministro Dc: essersi adoperato con i vertici del Ros dei carabinieri per aprire un contatto con Cosa nostra e salvarsi la vita. Per la procura di Palermo è il prequel della Trattativa che sarebbe poi cominciata con gli incontri tra Mario Mori, Giuseppe De Donno e Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo. “Non c’è qualcosa, come delle fonti orali o documentali che dimostrino il collegamento tra l’iniziativa dei Ros di interloquire con Vito Ciancimino e l’evento ipotizzato dall’accusa di un accordo tra Mannino e Cosa nostra, per salvarsi e attuare un programma politico favorevole a una trattativa, volta a condizionare, partecipando alla volontà ricattatoria stagista della mafia, le scelte del Governo”, scrive la Petruzzella nelle motivazioni depositate il 31 ottobre 2016. “Allo stato degli atti – continua il giudice – appare improvabile, da un punto di vista processuale – che applica i canoni della gravità e della precisione indiziaria degli elementi di fatto su cui fondare un ragionamento probatorio – collegare il fatto che Mannino si raccomandasse con i Ros alla interlocuzione tra i Ros e Vito Ciancimino e alla scelta di sostituire Scotti col manniniano Nicola Mancino e con le dimissioni successive di Martelli”. Per la procura infatti, mentre Mori incontrava Ciancimino, Mancino s’insediava al Viminale al posto di Scotti, considerato troppo intransigente nei confronti di Cosa nostra: due eventi che però per il giudice non si possono collegare. Mentre è “ragionevole ritenere che i descritti comportamenti di Mannino con Guazzelli e con i Ros siano stati determinati dalla volontà di trovare una protezione speciale, approfittando certamente della sua pregressa conoscenza con Subranni e dei privilegi che gli derivavano dal suo ruolo di potente politico”. Come dire: consapevole di essere in pericolo, chiedeva protezione delle alte sfere dell’Arma, senza però fare da propulsore al patto Stato – mafia.

“Fatti politici collegati possono avere avuto cause diverse” –
D’altra parte, le vicende politiche andate in onda tra il 1992 e il 1993 giocano un ruolo fondamentale nel complesso puzzle costruito dalla procura per provare le accuse nei confronti di Mannino. Ed è la stessa giudice a ricordare che la requisitoria dei pm si basava su alcuni elementi storici fondamentali: i timori confessati da Mannino collegati dalla rottura dei suoi equilibri elettorali con la parte mafiosa; i suoi pregressi rapporti e il suo darsi da fare anche con i Ros, per tutelarsi dai molteplici rischi che lo assillavano; l’indagine sul Corvo 2 (che raccontava di fantomatici incontri tra lo stesso Mannino e Totò Riina); l’indagine su mafia e appalti; la Falange Armata (oscura sigla che rivendicava gli eccidi compiuti da Cosa nostra); la sostituzione di Scotti con Mancino; l’annuncio di Mancino della prossima cattura di Riina; la sostituzione di Martelli con Conso (che poi non prorogò oltre 300 provvedimenti di 41 bis); la destituzione di Nicolò Amato e gli altri avvicendamenti al Dap; le vicende attorno al 41 bis. “Ciascuno dei fatti politici – continua Petruzzella – valorizzati dal pm può avere avuto cause diverse, dettate ad esempio dalle consuete logiche di appartenenza della macchina e della burocrazia partitica, dalla volontà di evitare la linea netta di contrarietà al 41 bis (come quella che, in realtà, veniva all’epoca propugnava da Nicolò Amato, rivelata dalle note che questi all’epoca scriveva al ministro), ovvero dalla volontà di percorrere una linea meno coraggiosa di quella di Vincenzo Scotti, anche ispirata da scelte di bieco opportunismo politico, senza la necessità di un accordo siglato con una parte mafiosa. E ciò sia se le medesime situazioni si considerino autonomamente l’una dall’altra sia se si considerino nel loro insieme”.

“Assenza di coerenza nel testimone Ciancimino” –
Ma non solo. Perché al netto delle ricostruzioni della procura, il giudice mette nero su bianco anche pesanti valutazioni su alcuni testimoni dell’accusa. Primo tra tutti Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo. “L’analisi integrale delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino ne ha rivelato l‘assenza di coerenza e ha reso palese la strumentalità del comportamento processuale, la gravità degli artifici adoperati per rendere credibili le sue sensazionali rivelazioni e giustificare le sue molteplici contraddizioni e per tenere sulla corda i pubblici ministeri, col postergare la promessa di consegnar loro il papello, carpirne così la considerazione e mantenere sempre alta su di sé l’attenzione generale, accompagnato nel suo luminoso cammino dalla stampa e dal potente mezzo televisivo, stuzzicati con altrettanta astuzia”, scrive il gup. Che poi si sofferma sul foglio di carta che conteneva le richieste di Cosa nostra allo Stato consegnato da Ciancimino junior ai magistrati: “Una fitta serie di circostanze si aggiungono a quelle fin qui rilevate, per ritenere che anche il papello consegnato ai pm da Massimo Ciancimino sia frutto di una sua grossolana manipolazione”. Quali sarebbero le circostanze che per Pitruzzella rendono il papello “frutto di una grossolana manipolazione”? “Lo ha fornito ai pm – spiega il gup – solo in fotocopia senza dare di ciò alcuna motivazione plausibile, posto che la circostanza che si trovasse in cassaforte all’estero non avrebbe impedito la consegna dell’originale; è evidente che le fotocopie, con l’uso di carte e inchiostri datati, impediscano l’accertamento delle epoche degli originali, oggetto della copiatura; lo stesso Massimo Ciancimino ha invece fornito l’originale, e non la fotocopia, del post-it manoscritto a matita dal padre che recita: ‘consegnato spontaneamente al colonnello dei carabinieri Mario Mori dei Ros’, attaccato alla fotocopia del papello; non ha voluto rivelare chi gli avesse spedito il papello dall’estero, come da lui sostenuto, né perché non potesse dirlo ai Pm; ha detto di non conoscere l’autore del papello (non glielo ha rivelato, queste volta, nemmeno il signor Franco/Carlo)”.

“Il ricatto allo Stato è accertato. E pure le paure di Mannino” –
Eppure nonostante gli elementi raccolti dall’accusa non siano sufficienti e adeguati per condannare Mannino, Pitruzzella considera provato il quadro d’insieme. “Resta accertato che l’omicidio di Lima, la strage di Capaci, la strage di via D’Amelio e tutti gli eccidi posti in essere da Cosa nostra fino al ’94, assunsero un’indubbia finalità politico eversiva ed implicarono una minaccia anche al Governo, che era diretta a condizionare l’azione repressiva contro la stessa organizzazione”, si legge nell’ultimo paragrafo delle motivazioni. E cosa è provato invece del ruolo di Mannino in quella primavera del 1992? “Può d’altra parte considerarsi altamente probabile – continua il gup – stando alla sua biografia politica descritta negli atti del processo in cui fu giudicato sull’accusa di concorso in associazione mafiosa, che Mannino caldeggiasse una linea politica di non contrasto alla mafia. E bisogna dar atto inoltre che le dichiarazioni di Violante e quelle della Ferraro, a proposito del fatto che anche Borsellino fosse informato dei contatti tra Mori e Ciancimino, ed altresì le dichiarazioni di Violante (allora presidente della commissione parlamentare antimafia) sulla sua insistenza di Mori perché Vito Ciancimino venisse ascoltato, indicano un tentativo di Mori stesso di assecondare le pretese del Ciancimino. Ma si è visto per quali ragioni, comunque, gli elementi concreti per connettere tale fatto all’iniziativa di Mannino di chiedere protezione ai Ros e la trattativa tra Mori e Ciancimino appaiono fragili, come pure, si ribadisce, gli elementi per attribuire a Mori una volontà di patteggiare, attraverso Ciancimino, benefici per Cosa nostra”.