Come nelle favole, il rospo si è trasformato in principe. Ma visto che ci troviamo di fronte a uno stangone di oltre un metro e novanta per ottanta chili, diciamo che il paracarro è diventato un fenicottero. Edin Dzeko è tornato a segnare. Di più: ad essere quell’attaccante da 25 gol a campionato per cui era stato acquistato nell’estate del 2015 per permettere di far fare il salto di qualità alla Roma. Solo, con anno di ritardo. Ma il tempo che è trascorso in mezzo non è stato una pausa indolore. Soprattutto per lui.

Nella stagione del ritorno dei grandi numeri nove, il più prolifico di tutti i centravanti della Serie A è proprio il bosniaco che in tanti avevano già dato per finito. Dieci reti in dieci partite: come Gabriel Omar Batistuta nell’anno dell’ultimo scudetto giallorosso. Paragone irriverente, che dalle parti della Capitale suona quasi come una bestemmia. Eppure sono i numeri a scomodare il grande Batigol. E un po’ anche la posizione in classifica della Roma: grazie alle reti di Dzeko, la squadra di Spalletti si sta confermando seconda forza della Serie A, alle spalle e neanche troppo lontana dalla Juventus che sembrava irraggiungibile e ora invece dista appena due punti, per giunta con un calendario abbastanza favorevole di qui allo scontro diretto di Torino del prossimo 17 dicembre. In un colpo solo, Dzeko ha risolto tutti i problemi realizzativi dei giallorossi, formazione già spettacolare ma a volte poco concreta: in due mesi ha segnato già più gol di quanti ne aveva fatti in tutto l’anno scorso. E non a caso la Roma vanta per distacco l’attacco migliore del campionato (26 reti, la Juventus è seconda a quota 21), tra i più prolifici del continente (solo Barcellona e Monaco marcano di più con 29 reti). Così tra la tifoseria giallorossa e l’attaccante bosniaco è sbocciato perfino l’amore. I gol, si sa, risolvono ogni problema, fanno dimenticare sconfitte e dissapori. Ma non cancellano tutto.

L’ultimo anno di Edin Dzeko nella Capitale è stato praticamente un inferno. Lo avevano bollato come bidone, paracarro, pippone ed altre variazioni sul tema. Lapidato sui social network, fischiato persino in allenamento, preso in giro per strada. Tanti, quasi tutti, lo avrebbero scaricato volentieri quest’estate al miglior offerente. Bravi la società e Spalletti ad insistere, riproporlo all’inizio dell’anno quando al primo gol sbagliato si erano già ripresentati i primi ululati e le solite, stucchevoli invocazioni a Totti (che oggi, guarda caso, sono molto più timide). Bravo però soprattutto lui a rinascere. Ha sofferto in silenzio, per mesi non ha visto la luce in fondo al tunnel dove lo avevano precipitato caterve di gol sbagliati in maniera grottesca, e gli insulti della sua stessa curva. Con il lavoro e una serenità solo interiore si è ricostruito un presente a Roma che sembrava diventato impossibile. Per questo ad ogni rete, anche la più banale a risultato acquisito, esulta con distacco e determinazione: quel gol vale soprattutto per se stesso, significa non ricadere negli errori del passato, nella lotta quotidiana contro la paura della porta spalancata che per un anno ha paralizzato quest’attaccante grande e grosso e così fragile. Chissà se i tifosi se ne accorgono, accecati dalle loro passioni. Oggi lo osannano con lo stesso furore con cui lo avevano crocifisso, forse dovrebbero solo chiedergli scusa.

Twitter: @lVendemiale