L’America si prende i talenti italiani: perché i giovani del basket scappano in NCAA
Perché Saliou Niang, Quinn Ellis, Elisèe Assui e David Torresani hanno deciso di lasciare l’Italia per proseguire la loro carriera in un college americano? Fino a qualche anno fa giocare in NCAA rappresentava una delle tante opzioni da prendere in considerazione. Oggi per un giovane cestista europeo è la prima scelta. Conosciuta e apprezzata come competizione dilettantistica, il basket universitario americano si è trasformato a tutti gli effetti in un campionato professionistico. Ed è diventato la strada più comoda per strappare assegni milionari. Sotto questo aspetto l’Europa, e soprattutto l’Italia, non può competere. La conseguenza è un effetto a cascata: i club nazionali perdono i prospetti migliori senza essere tutelati a sufficienza, il movimento italiano non cresce. In un mercato libero e senza regole l’NCAA diventa così la nuova oasi del basket giovanile.
Con l’introduzione del NIL – il sistema che consente agli studenti universitari di ricevere compensi legati ai diritti d’immagine e sponsorizzazioni varie – il concetto di basket collegiale è stato completamente stravolto. Ribaltando di fatto una prospettiva che diventa un caso di studio: perché rimanere in Europa quando posso guadagnare quattro volte tanto in un contesto che mi permette di giocare per davvero e senza pressioni? L’America sta letteralmente “rubando” il talento europeo grazie a contratti che possono cambiare la vita a soli 19 anni. A parità di opzioni l’NCAA diventa la scelta più vantaggiosa. E così l’esodo dei giovani è appena iniziato. Ma come siamo arrivati a questo punto di non ritorno?
L’inizio dell’esodo
Partiamo da un dato: in NCAA, nella stagione 2016-2017 si contavano 182 giocatori europei. I giovani cestisti europei, infatti, preferivano esordire tra i professionisti in Europa (in cui lo si può diventare già a 16 anni, mentre in America minimo a 19) perché venivano pagati e potevano sfruttare un’importante vetrina per mettersi in mostra. Nove anni dopo nelle squadre di college giocano 343 europei, quasi il doppio. Il rapido cambiamento si verifica soprattutto nel 2021, quando insieme alla prestazione sportiva dilettantistica – perché all’interno di un contesto collegiale – viene garantito un guadagno monetario grazie al NIL. Il merito era stato di alcuni ex atleti-studenti che, attraverso numerose cause legali, avevano accusato l’NCAA di trarre profitto dai loro diritti d’immagine senza avere una ricompensa (usando per esempio il loro volto per alcuni videogiochi). Essere pagati per fare sport durante il proprio percorso universitario è la svolta. E per i giocatori più forti e famosi è diventato più conveniente restare nel circuito del college. Il basso numero di partecipanti all’ultimo draft non è assolutamente un caso. La conferma arriva anche attraverso le parole a ilfattoquotidiano.it di Federico Gallinari, player development dei Detroit Pistons: “Alcuni giocatori decidono di rimanere appositamente un anno in più al college per poter guadagnare molto più di quello che prenderebbero in NBA da rookie”.
Che cos’è il NIL
NIL è l’acronimo di “Name, Image and Likeness” (“nome, immagine e ritratto”). Introdotto dall’NCAA nel 2021, questo sistema permette agli atleti del college di sfruttare la loro popolarità per firmare contratti di sponsorizzazione, diventando di fatto professionisti. Insomma grazie a pubblicità, social media, sessione di autografi e accordi commerciali dei semplici studenti universitari possono guadagnare molto più di un professionista in Europa. Il NIL ha così portato alla creazione di un panorama multimilionario – parallelo all’aspetto sportivo – in rapida espansione. L’NCAA ha inoltre introdotto un tetto di revenue sharing (un modello di business in cui due o più parti si accordano per dividere in percentuale i ricavi generati da un prodotto) da 20,5 milioni di dollari per università. I guadagni sono legati alla performance: se il progetto ha successo, tutti guadagno di più. Prima i giocatori venivano pagati dai “Collective”, ovvero entità astratte per raccogliere i soldi e pagare i giocatori, oggi ci pensano direttamente le università con il loro budget. Lo scenario porta a un assegno a cui è impossibile dire di no.
Un mercato libero e senza regole: la rivoluzione del basket collegiale
L’NCAA si è sempre autoimposta dei paletti per tutelare un sistema che è stato manifesto di gioventù, programmazione e lungimiranza. Oggi quell’integrità morale si è trasformata in business vero e proprio. “Un’apertura così marcata nella direzione di un mercato libero ha ovviamente aperto quel mercato altrove, non solo agli Stati Uniti d’America. Oggi proprio quel movimento risente del fatto che tra i migliori giocatori NBA non ci sono più gli americani, ma gli europei”. L’analisi è di coach Marco Sodini. Con ilfattoquotidiano.it l’allenatore dell’Italbasket U18 ha ipotizzato le conseguenze e il futuro di un sistema che ora non ha rivali. Soprattutto in termini economici: “Gli Stati Uniti, che tendenzialmente per ogni cosa che fanno tentano di comprare quello che non hanno, hanno immaginato il modo migliore per ottenere i giocatori più forti. La conseguenza di un’apertura economica di questo tipo spinge tutti a dover immaginare cosa sarà del futuro. Anche se credo che questa prima parte estremizzi un po’ il concetto di cosa sarà domani perché probabilmente ci sarà un assestamento, dovuto alla loro capacità di migliorare in termini di scouting”.
Gli italiani verso l’NCAA
Attualmente il mercato italiano è quello più appetibile. E pian piano l’NCAA si sta assicurando i prospetti migliori. Perché (molto probabilmente) Saliou Niang della Virtus Bologna firmerà un contratto da 5 milioni di dollari con Louisiana State, mentre Elisée Assui e David Torresani – protagonisti dell’oro europeo U19 della scorsa estate – giocheranno rispettivamente per Florida State e San Diego State. Stesso discorso per la California vale anche per Luca Vincini, ex Sassari. Mentre Matteo Librizzi (capitano di Varese) e Davide Casarin (quest’anno alla Vanoli Cremona) stanno ancora decidendo il proprio futuro. Poi c’è Quinn Ellis dell’Olimpia Milano, che rappresenta il caso più emblematico di questa rivoluzione. Il playmaker britannico, al suo ultimo di eleggibilità NCAA (prima di superare la soglia massima dei 25 anni), giocherà per St. John’s. Guadagnerà 4,8 milioni di dollari lordi e poi nella stagione 2027-28 dovrebbe (o meglio, potrebbe) fare ritorno in Italia. Insomma, il percorso più emblematico di questa rivoluzione collegiale.
Un processo nato vent’anni fa
Oltre all’aspetto monetario (che comunque incide in larghissima parte) c’è da tener conto anche di un metodo di lavoro completamente differente rispetto al modello europeo. La conferma arriva da Filippo Sacripanti, graduate assistant che quotidianamente collabora con la Grand Canyon University: “In America c’è una cura diversa del singolo: perché il giocatore – inteso come persona – è un patrimonio da difendere. A differenza dell’Europa si investe molto sul lavoro individuale. Ciò che viene a messo a disposizione non è paragonabile. Per farti un esempio: qui le palestre sono aperte 24 ore su 24, hai un codice personale e puoi entrare quando vuoi. In Italia, se non c’è il custode, rimani fuori”. Il processo NCAA “è la punta dell’iceberg di un processo nato già venti anni fa, ancora prima dell’introduzione del NIL. Non è solo una questione di soldi: qui vivi un’esperienza che non esiste da nessun’altra parte. Gli stessi Della Valle, Mussini, Giovanni De Nicolao erano venuti in America 10-15 anni fa perché si tratta di un’opportunità speciale. Chiaramente, oggi, l’aspetto monetario ha inevitabilmente spostato ancora di più l’interesse. Ma onestamente, chi non lo farebbe? Qui in 2-3 anni prendi gli stessi soldi che guadagneresti in almeno 10 in Europa. A livello di business non ci trovo nulla di sbagliato: la March Madness (i playoff nazionali NCAA) e i diritti televisivi producono miliardi di dollari. È tutto un effetto a cascata”.
Ma il vero problema è un altro. E non riguarda gli Stati Uniti. “I club europei non si possono difendere da tutto questo. A livello FIBA i giovani non vengono protetti. E così i campionati nazionali ne risentono perché un po’ alla volta i migliori prospetti sceglieranno sempre l’America per il tipo di offerta. Di fatto i college americani ‘rubano’ giocatori formati nei settori giovanili europei. Servirebbe trovare un punto di incontro: ad esempio se Louisiana State decide di prendere da Bologna Saliou Niang per 5 milioni di dollari, la Virtus dovrebbe avere a disposizione 2 milioni per poter cercare un sostituto adeguato. Ma oggi questo non esiste. La potenza economica americana è tale che per forza di cose davanti a due offerte quella dell’NCAA sarà sempre migliore. E non di poco”. C’è poi un metodo che ogni università deve mettere in pratica: “In America viene vissuto tutto come una cosa normalissima. A loro piace sentirsi essere i migliori in tutto, quindi mai si aspetterebbero una risposta negativa da parte di qualche giocatore. Negli USA si sono resi conto che i giocatori europei sono molto più formati a livello tecnico. Basta dare uno sguardo all’NBA: i più forti non sono americani. Ma anche nei college è così: Dame Sarr gioca nel quintetto, St. John’s ha 3-4 europei, Illinois ha disputato le Final Four con un quintetto europeo. Noi come Grand Canyon University ci stiamo adattando a questo processo: abbiamo avuto nel roster un giocatore turco e uno del Guadalupe. La volontà è di proseguire in questa direzione”.
“Questa rivoluzione viene vissuta con incertezza”
Se per Filippo Sacripanti la direzione è quella giusta, per Federico Gallinari questa rivoluzione in America “viene vissuta con qualche incertezza. È una scelta sensate, ma ci vogliono delle regole: c’è un po’ troppa libertà ora”. Merito dello strapotere economico degli USA o l’esodo è colpa del movimento europeo? “Per cercare di non perdere i prospetti migliori il movimento cestistico europeo dovrebbe dare più possibilità professionistiche ai giovani. Almeno il giocatore è invogliato a scegliere: andare al college per giocare con ragazzi della mia età o restare in un contesto europeo per stare al livello più alto possibile?”.
L’Italia resta a guardare
Rimasti sopraffatti dalla potenza USA, secondo Marco Sodini il problema italiano è di tipo di culturale. “Noi siamo un po’ vittime di noi stessi. In questo momento – secondo i ranking FIBA – siamo secondi in Europa e terzi al mondo per i risultati sportivi raggiunti. Di contro siamo ultimi al mondo per l’impiego di giocatori U21 nei campionati nazionali professionistici. Tradotto: non giocano mai. Non abbiamo proposto dei percorsi di crescita e non diamo opportunità ai giovani. Dall’altra parte del mondo c’è chi offre l’opportunità di giocare garantendo stipendi che possono cambiare la vita. Dobbiamo renderci conto delle nostre responsabilità. Come ha detto perfettamente il ct Luca Banchi: ‘Il problema non è quando se ne vanno, ma quando tornano’. Perché ritorneranno giocatori milionari in un mercato che può garantire uno stipendio sicuramente minore. Noi, come movimento, dobbiamo essere pronto ad assorbire il loro rientro che sarà tra almeno 3-4 anni. Perché chi tornerà dovrà essere rieducato a un modello europeo che verrà perso durante l’esperienza americana”. L’analisi tocca un modello che deve cambiare profondamente. “In Italia dobbiamo cercare di enfatizzare un concetto diverso: ci sono giocatori italiani che sono più bravi di quelli stranieri. Culturalmente dobbiamo rinforzarci come movimento. Chi utilizza un certo numero di giovani dovrebbe essere tutelato magari dallo stesso campionato, anche in termini di uno sviluppo economico sostenibile”.