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Ti ricordi… Roberto Carlos, il più grande rimpianto dell’Inter che Capello volle “prendere subito, anche al doppio”

"Diagonale, diagonale!", gli urlava sempre Roy Hodgson in nerazzurro. "O lui o me" disse il brasiliano a Moratti. E il Real Madrid non se lo fece dire due volte
Ti ricordi… Roberto Carlos, il più grande rimpianto dell’Inter che Capello volle “prendere subito, anche al doppio”
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“Non sa difendere”. “Bastava spiegargli come fare”. “Il più grande errore della mia carriera”. Il dibattito è forte, l’oggetto di più: colui che salutava Milano mestamente esattamente trent’anni fa, dopo un solo anno. Con un rosso, nella sua ultima partita italiana. A Roma: ultima per Carletto Mazzone in giallorosso, ultima per il Principe Giannini. Ultima per Roberto Carlos nell’Inter, espulso al 70esimo per un litigio con Francesco Statuto. La maglia nerazzurra non la vedrà più: ma i rimpianti in questo caso saranno tutti per chi lascia andare e non per chi va via. Era arrivato meno di un anno prima Roberto Carlos, ciliegina sulla torta del primo, vero, mercato morattiano: il sogno inseguito per tutta l’estate è Eric Cantona, ma dallo United arriva “solo” Paul Ince, e poi Benny Carbone, Salvatore Fresi, Maurizio Ganz, Sebastian Rambert, Javier Zanetti, Felice Centofanti. In panchina c’è Ottavio Bianchi.

Il nome di Roberto Carlos era già sul taccuino della “vecchia” Inter targata Ernesto Pellegrini: voleva comprarlo, ma poi il passaggio societario a Moratti aveva fermato l’operazione. In più c’era il Parma di mezzo: il terzino era al Palmeiras, all’epoca società sponsorizzata da Tanzi, che ci pensa a portarlo in Emilia, ma Moratti la spunta con una telefonata e 7 miliardi di lire. Arriva solo intorno a Ferragosto: il Brasile infatti aveva giocato la Copa America arrivando in finale con l’Uruguay, perdendo ai rigori (Roberto Carlos il suo l’aveva segnato). I nerazzurri giocano male, pure le amichevoli pre campionato, ma Roberto Carlos è uno tra i pochi a salvarsi: in una gara col Monza, finita 2 a 2, dopo un minuto semina gli avversari con una serpentina delle sue e pennella un cross al bacio per Ganz. Moratti apprezza: “Si vede che ha numeri importanti”.

Si parla delle sue cosce enormi, qualcuno le paragona alle braccia di Popeye, e Roberto Carlos all’esordio in campionato contro il Vicenza spiega subito a cosa serve quell’ipertrofia: l’Inter gioca (ancora) male, ma al 53esimo il brasiliano spara una bomba su punizione che regala i tre punti all’Inter. A fine gara regala la sua maglietta al presidente Moratti. Segna ancora una settimana dopo a Parma, dove l’Inter però perde. Inoltre, quando gli emiliani sono già sul 2 a 1 il terzino dà un anticipo di quella che sarebbe stata la punizione impossibile al Torneo di Francia due anni dopo: tre dita sulla valvola, Bucci non la vede neppure, ma la palla colpisce il palo. Due giorni dopo segna in Coppa Uefa col Lugano, ancora su punizione: niente bombe stavolta ma il pallone che passa sotto la barriera. Il “coccodrillo” è qualcosa che verrà soltanto molto dopo”.

Rispolvera la potenza in campionato contro il Torino, aprendo le marcature per il quattro a zero finale. Sulla panchina dell’Inter non c’è più Ottavio Bianchi ed è arrivato Roy Hodgson.
“Diagonale, Roberto. Diagonale!” : è un sottofondo quasi costante alla Pinetina da quando è arrivato l’inglese. L’ossessione di Hodgson per la linea retta finisce per scontrarsi con la parabola impossibile di un destino che non accetta confini. Quel “Diagonale, Roberto!” non è solo un dettame tattico, è il tentativo di recintare un purosangue in un giardino all’inglese. Per Roy, il calcio è equilibrio e posizionamento; per Roberto Carlos, è un’esplosione cinetica che nasce settanta metri più indietro rispetto a dove l’allenatore vorrebbe confinarlo.

Il campionato prosegue su un binario di reciproca insofferenza. Roberto Carlos segna ancora, come a Bari, ma ogni sua discesa trionfale viene accolta in panchina con un gesto di stizza per il buco lasciato alle spalle. Hodgson, nel suo purismo britannico, arriva alla conclusione più controversa: il brasiliano non è un difensore. Inizia a spostarlo avanti, a chiedergli di fare l’ala, a volte quasi la seconda punta. “Sì, segna tanto, ma ci fa subire troppo. E poi dopo i primi gol tirò ventotto punizioni senza segnarne nessuna” dirà. Ma Roberto non ci sta. Lui ha bisogno della rincorsa, del vento in faccia, di vedere il campo aprirsi come un oceano davanti alla prua di una nave. “In Nazionale gioco terzino e sono il migliore al mondo, qui mi dicono che non so difendere“, ringhia ai giornalisti tra un allenamento e l’altro.

O lui o me” dirà Roberto Carlos a Moratti, convinto che una permanenza in quelle condizioni gli avrebbe fatto perdere la nuova Coppa America col Brasile. Gli spifferi della risposta riecheggiano fino a Madrid, con Fabio Capello allenatore del Real che stenta a crederci: “Prendiamolo subito, anche se chiedono il doppio”. Non chiederanno il doppio, ma la cifra per cui era arrivato. Roy Hodgson non si pente, anzi, rincara la dose: “È un giocatore indisciplinato, tatticamente anarchico, non sa difendere”. La risposta di Fabio Capello da Madrid, dove Roberto Carlos ha iniziato a polverizzare le fasce della Liga dal primo minuto, è una sentenza senza appello che risuona ancora oggi nei bar sport di Milano: “Dicono che non sa difendere? Bastava spiegargli come fare. È un campione, e i campioni imparano tutto in cinque minuti”.

Roberto Carlos vincerà tutto a Madrid, diventerà il prototipo del terzino del futuro e segnerà gol che sfidano le leggi della fisica. Hodgson lo aveva guardato come un difetto di fabbrica, Capello come un’intuizione del futuro. In mezzo, una sola stagione e un’idea mancata di calcio. Quando la traiettoria non si spiega, non è detto che sia sbagliata: a volte è solo troppo avanti.

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