Domenica siamo andati coi nostri bambini alla marcia Perugia Assisi. In bici, seduti sui sellini, sventolavano le bandiere della pace. Non è facile spiegare cos’è la pace, ma marciare insieme ti fa a volte sentire un’anima sola, una voce sola, una risposta sola…

Arrivati a Santa Maria degli Angeli una compagnia teatrale di giovanissimi recitavano le parole di Anna Frank, il ricordo di Vittorio Arrigoni, leggevano i nomi dei profughi morti in mare. Al nome del piccolo Aylan, le lacrime salivano brucianti. I bambini non facevano domande, avevano già capito.
Sotto alla basilica di Assisi un gruppo di bambini seduti a terra, cantavano “Evenu shalom alehem”, e noi li ascoltavamo col cuore stretto. L’atmosfera era carica, commovente. Poco distante, triste ironia, stavano i miliari coi mitra.

“Mamma a che serve marciare per la pace? Poi le guerre si fermano?”. Ecco allora arrivare la prima domanda a brucia pelo, e poi una raffica: “Perché quelli là hanno i mitra se è una festa della pace? Ma a che serve l’esercito se l’Italia non è in guerra?”. Non è facile rispondere ai bambini, ma forse a volte tocca farlo. Perché quelle stesse domande fanno parte di noi, della nostra storia.
Nel 1948 l’Italia ha ripudiato la guerra e lo ha scritto nella Costituzione. Secondo il giornale online Nigrizia, nel 2015 l’esportazione di armi italiane nel mondo segna un incremento del 186%, l’Italia vende armi ai paesi in guerra e fa affari coi dittatori. Il recente accordo col Qatar per l’allestimento della sua nuova flotta navale militare, è stato stipulato dopo quello con il Kuwait per la fornitura di 28 velivoli. Tra i primi dieci paesi a cui vendiamo materiale bellico ci sono gli Emirati arabi uniti e l’Arabia Saudita, paesi notoriamente dittatoriali, dove i diritti umani e la libertà di stampa sono brutalmente calpestati. Viene da pensare che gli affari siano sopra tuttoNel 1961, Aldo Capitini, profeta della non violenza, marciò per la pace da Perugia Assisi. Era la prima Marcia della Pace. Per Aldo Capitini il pacifismo non era “inerte, passiva accettazione del male, ma una forma attiva di lotta, fatta di non collaborazione, marce, proteste e denunce aperte”.

Il pacifismo non è solo sventolare una bandiera, non è marciare ogni due anni per la pace. Il pacifismo è marciare ogni giorno per la pace, è una forma coerente di vita e di lotta, che parte dai nostri stessi stili di vita. Non c’è pace senza giustizia, senza accoglienza, senza rispetto dell’ambiente.

Siamo tutti collegati, nessun uomo è un isola. Il nostro più piccolo gesto può essere un contributo alla pace o alla guerra. Bere da una bottiglia di plastica usa e getta, andare in auto, comprare scarpe e giochi realizzati con lo sfruttamento dei minori, indossare diamanti che provengono da zone in guerra, usare energia che proviene da fonti fossili, rinnovare lo smartphone ogni anno, lasciare i nostri risparmi in banche “armate”… sono gesti banali, forse inconsapevoli, forse obbligati, ma comunque gesti complici di guerre e violenze.

La pace va in bici, a piedi, o coi mezzi pubblici. La pace boicotta chi calpesta i diritti umani. La pace non produce rifiuti. La pace non diserba, non uccide e non avvelena i fiumi. La pace non ha paura di chi è diverso. La pace non fa sconti a nessuno, è un ideale (difficile) da raggiungere. Non sono solo 25 km, sono molti di più. Sta a noi avvicinarci, un passo alla volta. Sta a noi essere ogni giorno più coerenti con la bandiera che portiamo, con la canzone che cantiamo, con la speranza che lanciamo ai nostri figli: che la pace sia con voi.