Con i giorni che passano e le occasioni di confronto che si moltiplicano, la strategia di recupero del SI’ referendario, sul fronte non propriamente entusiasta dei consensi, rivela tutta la sua artificiosità; il suo essere scopertamente un marchingegno meccanico costruito a tavolino secondo le direttive del manuale del perfetto comunicatore illusionista. Può pure darsi che una fetta consistente di elettori continui a berseli questi metodi imbonitorii di matrice berlusconiana; resta il fatto che l’epigono del fu Cavaliere Matteo Renzi sembra avere del tutto consumata quella che in gergo si definisce “la spinta propulsiva”.

Il primo dato che lo rivelerebbe è la necessità per il premier di “cantare e portare la croce”. Sarà per congenita “iomania” o piuttosto per carenze d’organico, resta il fatto che – a parte qualche spottino cortigiano alla Roberto Benigni (e accantonata la “nata ieri” Maria Elena Boschi in quanto controproducente palese) – Matteo Renzi sta coprendo il ruolo di megafono pro riforma quasi solo con le proprie forze. E quando viene affiancato, il follower di turno rivela immediatamente la propria condizione di indottrinato pappagallesco.

“Mi citi l’articolo della nuova costituzione in cui si sancisce la tanto denunciata svolta autoritaria”, intima minaccioso a Gustavo Zagrebelsky il bulletto in giacca da statista, nel faccia-faccia su La7. Sono le stesse identiche parole proferite nei talk show successivi dai dischi rotti Matteo Ricucci e Giorgio Gori. Probabilmente reduci da qualche momento formativo in cui si distribuivano le dispense con la lista delle frasette suggerite. Roba che risale ai tempi eroici di Forza Italia, con i parlamentari selezionati da Publitalia sulla base del look e del glamour. Ma questo è un remake riuscito male, visto che il capo speaker Renzi, nell’ansia di strafare, finisce per smentire lui stesso l’argomentazione messa a punto dagli spin-doctor. Il 5 di ottobre, intervistato dalla televisione privata Primocanale, non ha retto alla pulsione fanfarona dichiarando che “con la vittoria al referendum, si sottrae per cinque anni la possibilità di veto a Grillo, Berlusconi, Salvini, Vendola e – ovviamente – all’odiato Massimo d’Alema”. Non rendendosi conto come ciò che lui chiama “veto” sia – in effetti – solamente il diritto di fare opposizione; ossia il requisito di un regime politico non autoritario. E lo stesso vale per il profluvio di “modernizzare” (a casaccio), “qualcosa bisognava fare” alla dadaista (Marcel Duchamp faceva i baffi alla Gioconda, Renzi alla Costituzione), “ce lo chiede l’Europa” (che manco invita il nostro premier ai summit). Una bella serie di autogol.

D’altro canto, quando il fronte del SI’ sguinzaglia presunti pezzi da novanta di rincalzo, sono dolori per il bene della (loro) causa. Sentito il ministro Andrea Orlando fronteggiare l’ex pari grado Giovanni Maria Flick arzigogolando che la ragione clou della riforma è aumentare la velocità della politica. Tesi che avrebbe richiesto dal già funzionario del partito comunista spezzino un ulteriore chiarimento: quale è la velocità di crociera che si ritiene di dover raggiungere, compatibile con la nostra democrazia? Dato che se questa è la priorità, quanto si persegue non è un’efficientamento istituzionale quanto un’instaurazione tecnocratica. E con tecnocrati del livello dell’Orlando ci sarebbe davvero da stare freschi!

In effetti, nonostante le alchimie discorsive che vorrebbero nascondere connessioni imbarazzanti, questa riforma costituzionale è solo l’ultima tappa di un percorso a tappe, in atto da un biennio e con una sua coerenza (seppure deprecabile): azzeramento del lavoro come soggetto politico mediante abrogazione delle garanzie che ne tutelavano i diritti, lotta ai corpi intermedi e alle autonomie, contrazione del diritto di voto del corpo elettorale (incameramento delle Province nelle Città Metropolitane e nuovo Senato, in entrambi i casi con elezione dei rappresentanti a carico esclusivo dello stesso ceto politico), quote bulgare di maggioranza attribuite al partito che vince i ballottaggi per affermare il criterio decisionistico a scapito di qualsivoglia controllo. Insomma, il quadro di una tecnocrazia autoritaria che consentirebbe alla Casta di dormire sonni tranquilli per almeno trent’anni.