“Ci sono persone che hanno tre vitalizi. Io vorrei chiedere a questi di rinunciare, nel momento in cui io sto facendo fatica a trovare i fondi per le pensioni minime”. E’ l’ultimo augurio che si è fatto Matteo Renzi per sbrogliare la matassa delle pensioni. La strada è stretta, tra richieste da assecondare per rendere meno iniqua la riforma Fornero del 2011 e mancanza di soldi per attuarle. Detto che fino ad oggi pochissimi hanno rinunciato alla pensioncina d’oro (tra i 2 e i 6mila euro al mese), mentre la stragrande maggioranza continua a difendere il vitalizio, al premier conviene trovare altre idee creative per attuare la riforma previdenziale che, allo stato attuale, rischia di pesare non poco sulle finanze pubbliche. Cosa che è emersa chiaramente lo scorso 28 settembre, quando governo e sindacati hanno firmato un verbale condiviso – non un accordo – sul pacchetto di interventi riservato a chi è già in pensione e a chi ci vorrebbe andarci, di cui non si conoscono ancora i costi effettivi. Il lavoro è, infatti, tutt’altro che finito, con continue trattative per definire le platee a cui riconoscere i benefici. Ad horas arriverà la convocazione per una nuova riunione ufficiale che si terrà la prossima settimana.

La questione è particolarmente delicata. Nel documento si parla dell’Ape (vale a dire il prestito bancario assicurato con rimborso ventennale), del trattamento per i lavori precoci e usuranti, di ricongiunzioni onerose, di quattordicesima e dell’estensione della no tax area per i pensionati: misure riassunte in cinque pagine per le quali il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha annunciato “6 miliardi di euro in tre anni”. Peccato che nel documento non si dica quanti soldi ci saranno per finanziare il pacchetto, visto che la definizione delle risorse potrà essere approfondita solo dopo il 20 ottobre con la presentazione del disegno di legge di Bilancio per il 2017. Stando alle ultime dichiarazioni, per l’anno prossimo si parla di poco meno di 2 miliardi di euro per tutto il capitolo pensioni. Tant’è che nel verbale è rimasta in sospeso anche l’ossatura dell’anticipo pensionistico: deciso lo schema di massima, bisogna ancora definire le soglie di reddito e i lavoratori interessati dallo sconto fiscale destinato alle fasce più deboli.

Eppure questo è lo strumento che più sta a cuore al governo e sul quale i sindacati hanno espresso la “non piena condivisione”, con la Cgil perfino “contraria all’Ape in ogni sua forma”. Ora però, spiega il verbale, il confronto con le parti sociali continuerà, con l’obiettivo di riformare il sistema di calcolo contributivo per permettere anche ai giovani con redditi bassi di aver diritto alla pensione, pur mantenendo la sostenibilità finanziaria. Nel frattempo, ecco nel dettaglio le novità sul fronte delle pensioni.

Il nodo quattordicesima – “Che cosa cambierà? Chi ce l’aveva fino ad ora se la vedrà aumentata di circa il 30%, mentre chi non ce l’ha ce l’avrà”. L’estrema sintesi sull’assegno che viene incassato a luglio dai pensionati a basso reddito arriva da Poletti. I numeri però dicono altro: rientrano nel beneficio coloro che hanno un reddito personale complessivo, non solo pensionistico, tra 1,5 (circa 750 euro lordi al mese) e due volte il minimo (circa mille euro). La platea secondo il governo aumenterà di 1,2 milioni di persone. La quattordicesima vale tra i 336 euro (per chi ha meno di 15 anni di contributi) e 504 euro (per chi ne ha oltre 25 anni), mentre per chi ha già il beneficio l’incremento dell’importo dovrebbe essere pari a circa il 30%: da 336 euro a 437 euro nel primo caso e da 504 euro a 655 euro nel secondo. Non sono, invece, previsti interventi diretti sulle pensioni minime, vale a dire gli assegni da 500 euro al mese che vanno anche a chi non ha lavorato o comunque non ha versato contributi. L’ipotesi era stata presa in considerazione, ma poi è stata scartata.

Ape – Per andare in pensione ben 3 anni e 7 mesi prima della tagliola imposta dalla legge Fornero, i nati tra il 1951 e il 1953 possono richiedere di anticipare l’età pensionabile, rinunciando ogni mese a una percentuale dell’assegno grazie a prestiti da parte di banche e assicurazioni attraverso l’Inps, che poi dovranno essere rimborsati a rate. A chi conviene l’Ape volontaria? Sicuramente alle banche, ma non ai pensionandi che devono mettere in conto un esborso elevatissimo: fino al 25% dell’importo della pensione per 20 anni nel caso di anticipo per la durata massima. Vanno, infatti, considerati oltre alla restituzione del prestito, pari a circa il 6% l’anno, anche il tasso di interesse e il premio assicurativo.
Discorso a parte per l’Ape agevolata, quella a costo zero che è a carico dello Stato per alcune categorie. Detto che la platea non è ancora definita – si parla di un bacino di 350mila lavoratori – dovrebbe includere i disoccupati senza ammortizzatori sociali, coloro che hanno esigenze di cura familiare e coloro che hanno svolto lavori gravosi. Pesa poi un’altra incognita: l’ammontare del “reddito ponte” che, una volta maturata la pensione, non farà scattare alcuna penalizzazione. Si era partiti da 1.500 euro lordi al mese, pari a circa 1.200 euro netti, i sindacati hanno chiesto 1.650 euro. Si potrebbe chiudere a quota 1.300 euro.
Nuovo dettagli arrivano, invece, per l’Ape imprese, cioè l’anticipo pensionistico per i casi di crisi o ristrutturazioni aziendali. In particolare, è previsto che le aziende possano versare all’Inps di una contribuzione correlata alla retribuzione percepita prima della cessazione del rapporto di lavoro, in modo da produrre un aumento della pensione tale da compensare gli oneri relativi alla concessione dell’Ape. Forse le aziende acconsentiranno solo se il governo riuscirà a prevedere agevolazioni fiscali.

Rita – I lavoratori che a gennaio avranno maturato requisiti per accedere all’Ape potranno scegliere – in alternativa o come forma di parziale di copertura finanziaria – una Rendita integrativa temporanea anticipata (Rita) beneficiando di una tassazione agevolata (tra il 15% e il 9%). In altre parole, per favorire la previdenza complementare in cambio si dà uno uno sgravio fiscale che dovrebbe convincere i lavoratori a usufruire di una rendita temporanea per il periodo che manca alla maturazione del diritto alla pensione.

Tax area – Partendo dai pensionati con più di 74 anni, è previsto l’aumento della detrazione d’imposta (riconosciuta fino a 55.000 euro) per tutti al fine di uniformare la loro no tax area a quella dei lavoratori dipendenti, attualmente fissata a 8.125 euro.

Precoci – Sono i lavoratori che hanno iniziato a lavorare giovanissimi ma, nonostante abbiano maturato molti anni di contributi, non possono andare in pensione per la mancanza del requisito anagrafico. Ora, per i lavoratori con almeno 12 mesi di contributi prima dei 19 anni è prevista la possibilità di ritirarsi una volta raggiunti i 41 anni di contributi invece dei 42 anni e 10 mesi previsti. Ma devono comunque essere disoccupati senza ammortizzatori sociali, in condizioni di disabilità e aver svolto attività faticose. Al momento, tuttavia, non è ancora chiaro chi rientri in quest’ultima categoria. I sindacati premono per far entrare anche infermieri, maestre d’asilo, operai edili e marittimi visto che l’intesa, parlando di “stress lavoro correlato”, potrebbe inglobare non solo il fattore di rischio legato agli infortuni ma anche alle malattie professionali. Anche se su questo punto non c’è ancora nessuna convergenza tra sindacati e governo. E c’è già chi parla di un algoritmo che possa individuare il bacino da includere nell’agevolazione.

Usuranti – A chi ha lavorato in miniera, nelle cave, negli altiforni, in linee di catena, prevalentemente di notte, e ai conducenti del trasporto pubblico (con edili e macchinisti che aspirano a un trattamento simile), verrà consentito l’anticipo pensionistico di 12 o 18 mesi sull’attuale età pensionabile (vengono tolte le cosiddette finestre mobili). I lavoratori devono aver svolto lavori usuranti per almeno 7 anni nel corso degli ultimi 10 anni di vita lavorativa, senza più il vincolo che l’attività sia fatta anche nell’ultimo anno di lavoro. Pare, invece, più difficile che questa misura possa estendersi a infermieri, insegnanti degli asili nido e delle scuole dell’infanzia. Così, anche se nel verbale si fa riferimento all’indice di stress come misura di riferimento per le attività usuranti, il punto resta sempre lo stesso: la coperta è troppo corta e le risorse a disposizione sono poche. Vano, quindi, anche l’appello dei vigili del fuoco. “Chiediamo misure che ci riconoscano lo stesso trattamento pensionistico degli altri corpi dello Stato per porre finalmente fine a 40 anni di assurda e ingiusta disparità di trattamento”, denuncia il sindacato Conapo. Che aggiunge: “Quanto all’aspettativa di vita si tenga anche conto che quella dei vigili del fuoco è, purtroppo, nettamente inferiore ad altri lavoratori. Sono moltissimi i nostri pensionati che contraggono malattie tumorali a causa dell’esposizione lavorativa a sostanze nocive”.

Cumulo gratuito dei periodi contributivi – “E’ paradossale e ingiusto per un lavoratore che ha prima lavorato nel privato e poi nel pubblico dover pagare per ricongiungere le due posizioni. Ora sarà gratuita e la pensione sarà costruita pro-quota in base alle diverse gestioni”. Il commento alla misura arriva nelle ultime ore da Poletti che così strizza l’occhio ai giovani, i più coinvolti nella questione dei contributi versati in diverse casse previdenziali, la cui ricongiunzione può costare fino a 40mila euro per il lavoratore sulla base di età, reddito e contributi da spostare. La novità consente, infatti, di poter cumulare gratuitamente i contributi previdenziali maturati in gestioni pensionistiche diverse, ivi inclusi i periodi di riscatto di laurea, sia ai fini della pensione di vecchiaia sia di quella anticipata.

Gli esclusi – Per ora sul tavolo non compaiono l’eterno nodo esodati e l‘opzione donna. Gli ultimi 32mila lavoratori rimasti “fregati” dall’introduzione della legge Fornero aspettano l’ok all’ottava salvaguardia, per la quale non ci sono soldi. Mentre sul fronte dell’esperimento che, con un fondo di 2,5 miliardi di euro, consentiva alle donne il prepensionamento se al 31 dicembre 2015 avevano maturato 35 anni di contributi e l’età di 57,3 anni se dipendenti (58,3 se autonome), occorre aspettare il 21 ottobre quando l’Inps comunicherà le cifre ufficiali per scoprire se sarà prorogato.