Qual è il sacrificio massimo che un italiano può fare per andare in pensione ben tre anni e 7 mesi prima di rimanere incastrato nella tagliola imposta dalla legge Fornero che consente il ritiro solo al compimento dei 66 anni e 7 mesi di età? Il governo non ha dubbi: dal prossimo anno, quelli nati tra il 1951 e il 1953 dal 2017 e quelli tra il 1952 e il 1955 dal 2018 che non ce la fanno più a lavorare possono andare in pensione a partire dai 63 anni con l’Ape, vale a dire l’anticipo pensionistico. Misura che stando a quanto annunciato dal governo verrà inserita nella legge di Bilancio per il 2017 e varrà per tutti i dipendenti pubblici e privati e anche per gli autonomi (partite Iva, artigiani e commercianti).

Come funziona l’Ape – È un prestito a tutti gli effetti: si chiede all’Inps, ma si paga in banca. Saranno, infatti, gli istituti di credito ad anticipare l’assegno al pensionato che lo restituirà in 20 anni e con una penalizzazione del 5% per ogni anno d’anticipo. Ma siccome 20 anni sono tanti, ci sarà bisogno anche di un’assicurazione a favore delle banche nel caso in cui il pensionato non viva abbastanza per rimborsare tutto il prestito. Tanto che i lavoratori potrebbero rinunciare anche a un quarto dell’assegno. Di qui l’accusa della Cgil, secondo cui l’Ape rappresenta l‘ennesimo regalo a banche e assicurazioni che, già piene di liquidità iniettata dalla Banca centrale europea, non ci perderanno mai nulla (c’è la doppia garanzia dell’Inps e dello Stato) e avranno migliaia di clienti in fila allo sportello.

Numeri alla mano, stando a quelli forniti dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, chi ha una pensione mensile di mille euro e lascia il lavoro con un anno di anticipo dovrà rinunciare a 50 euro al mese per i successivi 20 anni: totale 12mila euro. Mentre un anticipo di tre anni verrebbe a costare 200 euro al mese, che spalmati su 20 anni fa 48mila euro. Che significa una decurtazione del 18%. Il tutto escludendo i costi dell’assicurazione che, secondo stime che circolano da giorni, porterebbe al 25% il costo totale della trattenuta. Stime non tanto lontano da quelle diffuse da Luigi Di Maio (M5s), secondo cui un lavoratore nato nel 1953 con un reddito netto di 2.000 euro che chiede un anticipo pensionistico di 36 mesi avrà un taglio della pensione pari all’8,9% per i primi tre anni e del 28,5% per i successivi 20 anni.

Se, invece, si ricade nelle categorie svantaggiate (i disoccupati), si possiedono i requisiti soggettivi (inabilità, invalidità, la presenza di disabili in famiglia) o si è svolto un lavoro gravoso (come nel caso degli operai edili) l’anticipo della pensione sarà gratuito. Ma ancora non è chiara la soglia di reddito da pensione (forse 1.500 euro lordi al mese, pari a circa 1.200 euro netti, ma i sindacati vorrebbero alzarlo a 1.650 euro) per beneficiare di questa Ape cosiddetta “social”. Così come è tutto da definire l’anticipo pensionistico per i casi di crisi o ristrutturazioni aziendali: sarà a carico del datore di lavoro, ma i dettagli saranno decisi in sede di accordi sindacali e non per legge.

Predisposto in questo modo, l’anticipo pensionistico ha un costo contenuto per le casse pubbliche, aggirandosi sotto i 500 milioni di euro. Poco importa, quindi, se l’Ape sarà un salasso per il pensionato: soldi per riformare il sistema pensionistico non ce ne sono e, tra le proposte arrivate sul tavolo del ministro del Lavoro Giuliano Poletti, questa è l’unica opzione flessibile che non innesca dinamiche pericolose sul percorso della spesa previdenziale. Tant’è che sembrava cosa fatta il via libera dei sindacati. Ma il confronto decisivo tra governo, Cgil, Cisl e Uil – che avrebbe dovuto tirare le fila degli incontri degli ultimi mesi – è slittato dal 21 al 27 settembre, segnale che qualcosa invece non torna. Inoltre, non dovrebbe essere neanche più un accordo nella sua forma classica, ma solo un verbale d’incontro.

Quello dell’Ape è però solo uno dei capitoli della complessa partita sulla previdenza che per i sindacati vale 2,5 miliardi di euro a fronte dei 2 miliardi stimati dal governo. Sul piatto ci sono altri nodi non ancora risolti che riguardano quattro categorie a rischio: i lavoratori precoci, gli usurati, gli esodati e l’opzione donna.

Precoci – Sono i lavoratori che hanno iniziato a lavorare prima dei 18 anni ma, nonostante abbiano maturato molti anni di contributi, non possono andare in pensione per la mancanza del requisito anagrafico. Tanto che per i sindacati dovrebbero ritirarsi una volta raggiunti i 41 anni di contributi. Proposta impossibile da praticare per la mancanza di fondi. Si profila una soluzione di compromesso: portare l’asticella a 41 anni e 10 mesi di contributi versati, garantendo in sostanza l’uscita un anno prima per chi ha cominciato a lavorare prima dei 16 anni. Si tratterebbe, in pratica, di applicare uno sconto di 3-4 mesi (nella forma di contribuzione figurativa) per ogni anno lavorato prima della maggiore età. Ma il prezzo della misura in questo modo è destinato a salire.

Lavori usuranti – Per chi ha lavorato in miniera, nelle cave, negli altiforni, in linee di catena, prevalentemente di notte o per i conducenti del trasporto pubblico era stata pensata una manovra ad hoc. Ma, per mancanza di coperture, e con edili, macchinisti, maestre d’asilo e infermieri di sala operatoria che aspirano a un trattamento simile, si sta pensando di limitardi ad ammorbidire le norme che regolano il loro pensionamento: introdurre la figura dei “lavori faticosi” e consentire così l’accesso alla versione sociale dell’Ape, quella gratuita. Molto più fattibile però garantire solo la possibilità di usufruire dell’anticipo pensionistico che, del resto, si pagherebbero da soli.

Esodati – Da prima dell’estate si sta anche ragionando su un piano per l’ottava salvaguardia degli ultimi 32mila lavoratori rimasti “fregati” dall’introduzione della legge Fornero nel 2011, così da arrivare a 172mila persone salvate dal limbo che si è creato fra l’assenza di lavoro e i pochi anni al pensionamento. Ma lo scorso anno, la settima salvaguardia fu fatta anche grazie al rinvio della flessibilità in uscita dalla legge Fornero. Ed ora, senza soldi e con l’arrivo dell’Ape, il rischio è che si blocchi la trattativa proponendo agli esodati, senza reddito e pensioni da almeno 5 anni, uno scivolo verso l’anticipo pensionistico a fronte di una penalizzazione sull’importo della pensione.

Opzione donna – Si tratta dell’esperimento che, con un fondo di 2,5 miliardi di euro, consente alle donne il prepensionamento se al 31 dicembre 2015 hanno maturato 35 anni di contributi e l’età di 57,3 anni se dipendenti (58,3 se autonome). Si era prevista una valanga di adesioni, ma così non è stato. Perché? Chi decide di accettare va in pensione con il sistema contributivo che prevede penalizzazioni di circa il 30% rispetto al calcolo con la pensione di vecchiaia. Tant’è che secondo gli ultimi dati sono stati spesi solo 63 milioni di euro, ma solo il 21 ottobre l’Inps comunicherà le cifre ufficiali. Così, se da un lato il Comitato Opzione donna continua a sostenere la necessità di un intervento per agevolare la ricongiunzione dei contributi versati nelle diverse casse previdenziali per diminuire la penalizzazione, il rischio è che la misura non venga prorogata (ci sarebbero fondi per estendere l’opzione donna fino al 2018) con il tesoretto messo nel calderone dell’Ape.

Altre misure – Il governo sta inoltre cercando i soldi per ampliare la No Tax Area, cioè la soglia di reddito annuo al di sotto della quale lavoratori e pensionati non pagano le tasse. Si ipotizza di equipararla portandola al livello dei lavoratori dipendenti, circa 8.300 euro.

E i giovani? – “Andranno in pensione anche a 75 anni”, ha avvertito Tito Boeri, presidente dell’Inps. Le buste arancioni spedite dall’Inps stanno, infatti, dimostrando che si potrà smettere di lavorare tardissimo, portando a casa una miseria. Non essendoci nulla sul piatto degli interventi previsti con la prossima manovra di bilancio, resta valida la riforma Fornero: per chi non matura i requisiti per l’uscita dal lavoro, un caso sempre più frequente tra le giovani generazioni con carriere frammentate, già oggi l’età pensionabile arriva a 70 anni compiuti. E questa soglia è destinata ad alzarsi progressivamente seguendo l’aspettativa di vita. Così, chi ha cominciato a lavorare dopo il 1996, rientrando in pieno nel nuovo sistema contributivo, dovrà soddisfare due requisiti per ottenere la pensione di vecchiaia: avere un’anzianità contributiva di 20 anni e raggiungere un importo pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale, una cifra che ora equivale a circa 670 euro. Il problema è che la precarietà del lavoro non sempre permette ai giovani di oggi di conquistare queste condizioni. Mentre, per chi non arriverà neanche a queste soglie, la legge prevede che con soli 5 anni di contributi “si prescinde dal predetto requisito di importo minimo” e l’unico paletto rimane “un’età anagrafica pari a 70 anni”. Ma l’età continuerà a salire con il passare del tempo, adeguato agli incrementi della speranza di vita. Uno studio dell’Inps sulla generazione dei nati nel 1980, gli attuali 36enni, ipotizzando una crescita annua del Pil dell’1% dopo il 2019 arriva alla conclusione che oltre il 70% del campione andrà in pensione nel 2050, a 70 anni di età. Questo nel caso in cui il lavoratore abbia dieci anni di interruzione di carriera. Ma buona parte del restante 30% uscirà dal lavoro dopo: quasi il 10% resterà in azienda fino ai 74 anni, con picchi fino ai 75 anni.