Appare del tutto comprensibile che i poteri forti appoggino Renzi e il sì al suo referendum. Si tratta, infatti, di un segno di gratitudine per i numerosi regali ricevuti, dal Job’s Act e dai privilegi fiscali che fanno gli interessi di Confindustria, organizzazione padronale arroccata in un’asfittica e sterile difesa del proprio potere di sfruttamento e licenziamento, quanto incapace di promuovere l’aumento della produttività che costituisce la vera sfida da vincere per rilanciare l’economia italiana, al cedimento di pezzi significativi del sistema bancario a società finanziarie internazionali come la Goldman Sachs che furono a suo tempo le grandi sponsor del processo di cambiamento costituzionale. Per non parlare dei padroni stranieri del nostro governo, dalla Merkel, riconoscente per il mancato appoggio alla Grecia e l’avallo, con qualche finta protesta di circostanza, alla linea deflattiva che punta a salvaguardare gli interessi dei rentier tedeschi, ad Obama, che ha incassato da Renzi, Gentiloni e Pinotti, un pronto e incondizionato assenso in ogni scacchiere del pianeta, da ultimo con l’invio dei soldati in Libia a combattere non si sa bene contro chi nella confusa e indistricabile guerra civile fra bande che si va apparecchiando in quelle lande devastate.

Tutti costoro, senza dimenticare la perniciosa Direttrice del Fondo monetario internazionale, sono naturalmente grati a Renzi e vorrebbero la continuazione ad infinitum del suo governo per lo stesso motivo per il quale il popolo italiano è viceversa fortemente interessato alla sua fine immediata e senza condizioni. I risultati del governo Renzi sono del resto sotto gli occhi di tutti, a cominciare dalla precarizzazione lavorativa e dalla devastazione ambientale, mediante trivelle ed altro, che il nostro, inseguito dovunque si rechi dalla rabbia della gente e da manipoli di celerini presumibilmente stanchi di dover manganellare i dissidenti, vorrebbe perpetuare raccontandoci stavolta la storiella che gli effetti si vedranno nel lungo periodo. Nel frattempo, abbiate fede.

Tutti costoro levano di conseguenza alti lai e minacciosi moniti sugli effetti distruttivi che un’eventuale vittoria del NO al referendum avrebbe sull’economia italiana, inventandosi percentuali di mancata crescita così come  si inventano quelle di crescita inesistente, minacciando mancati investimenti che non si vedono e non si vedranno comunque (dato che gli investitori richiedono ben altre condizioni), paventando come fece l’ineffabile Maria Elena Boschi addirittura recrudescenze terroristiche e via intimidendo, forti dell’appoggio monocorde di media che tutto sono fuorché indipendenti.

Senza dimenticare questo contesto inquietante, che vede i reali responsabili della crisi in atto riproporsi come suoi solutori sulla base delle stesse ricette che hanno portato al disastro, occorre motivare l’inevitabile NO alla riforma proposta da Boschi e Verdini nel merito e nel metodo, respingendo risolutamente ogni ingerenza dei padroni del vapore, sia interni che internazionali, nel nome del diritto all’autodeterminazione e della stessa dignità del popolo italiano.

Nel metodo perché una riforma costituzionale non può avvenire a colpi di maggioranza. Nel merito perché le soluzioni proposte da Boschi e Verdini con i loro improbabili consulenti giuridici sono pasticciate e latrici di complicazioni ulteriori di cui non sentiamo assolutamente il bisogno. A rischio di provocare un contenzioso infinito sminuzzando il procedimento legislativo in una quantità di casi e di ipotesi, la deforma renziana ha in realtà, a mò di legge-manifesto, l’intento esclusivo di operare una semplificazione del tutto fittizia all’insegna dello svuotamento del principio della sovranità popolare, che risulta in modo evidente menomato dal combinato disposto fra la deforma stessa e la legge elettorale che vuole affermare un’inaccettabile esasperazione del principio maggioritario (fino a trasformare in maggioranza decisionale la minoranza meno piccola) che ci si augura venga severamente condannata dalla Corte costituzionale nella pronuncia che si attende.

Proprio l’infelice esperienza del governo Renzi e di quelli che lo hanno preceduto dimostra del resto che velocità ed efficienza del procedimento legislativo non possono assurgere a valori da coltivare di per sé, ma rischiano anzi di dar vita, senza controlli democratici e filtri adeguati, a provvedimenti assolutamente dannosi da tutti i punti di vista o quasi. Che lo vogliano i poteri forti che sostengono Renzi, dalla Confindustria all’ambasciata statunitense, è comprensibile, dato che si tratta di provvedimenti dannosi per tutti tranne che per loro.