Non si sentiva davvero la mancanza di un’ulteriore interferenza nella campagna referendaria nella quale non sono in gioco né “la stabilità” del paese, né il futuro politico di Matteo Renzi di cui in tanti preferiremmo di non dovercene occupare, né il volume degli investimenti stranieri in Italia più collegabile a fattori molto concreti come l’efficienza della PA, la celerità della giustizia civile, il ripristino della legalità nelle aree controllate dalla criminalità organizzata.

Ogni giorno che ci avvicina alla fatidica data, peraltro sempre più incerta e suscettibile di tutti gli slittamenti di comodo per il governo visto che il fronte del Sì nonostante lo strapotere di cui gode non è per niente sicuro di vincere, allontana il cittadino dall’oggetto del voto e lo schiaccia sotto una mostruosa mole di propaganda nemmeno lontanamente pertinente per convincerlo che se la riforma non passa il paese sprofonda in un baratro senza fine: un allarme terroristico che rimanda alle paure cosmiche da anno mille.

Dopo “il fronte europeo” che ci imporrebbe la riforma costituzionale, un baluardo anche contro il terrorismo secondo Maria Elena Boschi, e dopo “i giornaloni” esteri economici e non è arrivato l’ambasciatore americano che guardacaso frequenta assiduamente la Toscana a sentenziare “L’Italia deve avere stabilità di governo se vuole attrarre gli investimenti stranieri“.

Nel merito si tratta di una considerazione banale e superflua oltre che indebita che non avrebbe avuto nessuna ragione d’essere se il nostro presidente del Consiglio non avesse usato una cosa molto seria come la riforma della Costituzione per blindare la sua permanenza a palazzo Chigi salvo la retromarcia, imposta dal calo vertiginoso del suo consenso, e fuori tempo massimo.

Come ha ricordato puntualmente anche Bersani da Floris la cosiddetta “personalizzazione” del voto referendario ha creato tutte le condizioni per favorire la spirale speculativa e le manovre connesse. Senza contare che è stata qualcosa di molto più grave dal punto di vista istituzionale e cioè il tentativo dell’esecutivo di condizionare la libertà di scelta sul merito del quesito, già occultato dagli slogan preconfezionati del fronte del Sì, con presunte conseguenze negative e non collegabili come la caduta del governo o il voto anticipato che, peraltro a Costituzione vigente, non sono nelle mani di Renzi.

Ha fatto bene Mattarella, pur con la sua flebile voce, a ricordare sommessamente da Sofia che “l’evento è seguito anche all’estero, ma la sovranità spetta agli elettori“. E per smorzare un po’ l’impatto dell’intervento dell’ambasciatore Usa, che forse in questo momento farebbe meglio ad occuparsi della campagna elettorale più scadente degli ultimi cinquant’anni nel suo paese, è andato un po’ oltre e ha fatto riferimento al coinvolgimento europeo sulla Brexit.

In area di governo è tutta una gara a ridimensionare l’uscita di Phillips, propiziata più o meno direttamente dalla propaganda renziana e per zittire i comitati per il No che hanno denunciato la gravità dell’ingerenza. A Tagadà nelle vesti di pompiere Nicola Latorre si è arrampicato sugli specchi per mettere sullo stesso piano il referendum sulla Brexit che coinvolgeva direttamente i paesi europei e che aveva un oggetto prevalentemente economico con quello che riscrive maldestramente la nostra Costituzione, ci affibbia un Senato non eletto e prevede un iter legislativo caotico. E fino ad ora, mentre si moltiplicano le manovre incrociate su Italicum e date interconnesse, grazie al prepotente ritorno in scena dell’emerito bis-presidente, non abbiamo nessun elemento di certezza sul giorno in cui eserciteremo la nostra molto citata “sovranità popolare”.