Tu chiamali, se vuoi uomini… anagraficamente parlando. Eravamo rimasti ai maschi che si liposucchiano, si ciclettano, si palestrano, si incremano, si ultraviolettano, si depilano come totani e si fanno le labbra a canotto. Ma quelli che si incerettano il pube e lo lasciano intravedere dalla braghe calate o arrotolatissime ancora non si erano visti. A lanciare la moda Gianluca Vacchi, coperto di tatuaggi da sembrare una carta geografica, una collezione di flirt con starlette, in mini costume nero in posa da sirenetto a bordo piscina della sua villona o appoltronato in mutande sull’aereo privato lancia la moda dell’hairless, cioè del senza peli, con eccezione del pizzetto.

Anche lo sciabolatore Aldo Montano, un fiasco alle Olimpiadi 2016, fa il bello statuino su Vanity Fair, con la mano che infila propriò lì, lasciando sbirciare un pube adolescenziale.

Effetto attentati: Saint Tropez è in caduta libera. A Les Caves du Roi tavoli vuoti nel superprivè. Sì, quelli che solitamente “ci vuole un santo in paradiso” o un carnet di cheque adeguato per prenotarseli. Ad agosto non era mai successo. E al Nikki beach i russi non fanno più saltare in aria i tappi di champagne da 1.500 euro per poi fare la doccia di bollicine.

In Costa Smeralda, dove perfino Flavio Briatore era sottotono, è rimasto solo il gioielliere Fawaz Grousi a fare ammuina e festeggiare i suoi 64 anni (e rotti) con fuochi d’artificio con la sua corte di bombastiche bellone e fuochetti d’artificio.

A Gstaad, buen retiro ad alta quota di miliardari e di evasori fiscali, un principe (vero) che non vuole comparire sui giornali affitta un trenino Belle Époque, carica alla stazione un centinaio di ospiti, e, mentre si gozzoviglia, si arriva a destinazione. Sorpresa, una tenda lussuosissima, bianca e oro, è allestita in mezzo a un prato. Stemma della real casa ovunque: sui tovaglioli e su blocchi di ghiaccio che fanno da supporto alle pregiate perline di beluga. Perfino il pubblico di Gstaad, composto, odiosetto e imbellettato in abiti ridicol tirolesi di Gstaad si è finalmente scomposto, batte i piedi, fischia (d’apprezzamento, ben inteso) e fa un tifo da stadio. Lui, il cinese Lang Lang, a soli 33 anni è l’archistar dei pianisti, per alcuni il numero uno al mondo, che suona Beethoven con spirito rock e che non batte un tasto per non meno di 100mila euro a concerto. E’ diventato un brand planetario. E pensare che tutto cominciò con un cartone animato Tom & Jerry, era un bimbetto paffuto di due anni e rimase folgorato dalla Rapsodia ungherese n.2 di Liszt. All’età di 4 anni l’eseguiva senza spartito. A 9 anni un maestro del conservatorio di Shanghai gli disse che non aveva talento. Ma il padre poliziotto, ostinato quando lui, prese un congedo e con ferrea disciplina si mise ad allevare il talento dell’enfant prodige. Oggi in Cina 40 milioni di bambini suonano il piano, ispirati da Lang Lang.
@januariapiromal