Di rinvio in rinvio, la detenzione dell’attivista egiziano per i diritti umani Ahmed Abdallah va avanti da oltre quattro mesi. L’ultima udienza, in cui il periodo di detenzione preventiva è stato prorogato di altri 45 giorni, risale al 20 luglio. La prossima è prevista tra due giorni, mercoledì 31.

Ahmed Abdallah, presidente della Commissione egiziana per i diritti e le libertà – una delle più importanti Ong per i diritti umani, autrice di denunce sulle sparizioni in Egitto e che tra l’altro fornisce consulenza ai legali della famiglia di Giulio Regeni – è stato arrestato il 25 aprile, poco prima che al Cairo si svolgesse una manifestazione di protesta contro la decisione del presidente Ab del-Fattah al-Sisi di cedere all’Arabia Saudita la sovranità su due isole del mar Rosso, decisione poi annullata il 21 giugno dal Consiglio di Stato.

Abdallah ha denunciato di aver subito più volte maltrattamenti, sia al momento dell’arresto – quando un agente di polizia lo ha picchiato in testa col calcio di una pistola – che durante la detenzione. L’ultimo episodio risale al 18 agosto, quando due funzionari dell’Agenzia per la sicurezza nazionale sono entrati nella sua cella, lo hanno sbattuto a terra e lo hanno preso a pugni per poi sequestrargli tutti gli effetti personali, compresi i suoi libri.

Un altro esponente della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, Mina Thabet, arrestato il 19 maggio, è stato rilasciato su cauzione il 16 giugno, ma rimane in attesa del processo. All’interno della Commissione, Thabet si occupa dei diritti delle minoranze religiose e culturali.

A causa del loro impegno in favore dei diritti umani, Abdallah e Thabet potrebbero trascorrere molti anni in carcere se venissero riconosciuti colpevoli della lunga serie di reati loro addebitati, sulla base della Legge sulle proteste, della Legge antiterrorismo e del Codice penale: istigazione a compiere attacchi terroristici contro stazioni di polizia; istigazione all’uso della forza per rovesciare lo Stato; uso della violenza e delle intimidazioni per impedire al presidente di esercitare i suoi poteri e svolgere i suoi compiti istituzionali; appartenenza a gruppo terrorista; promozione online del terrorismo; istigazione a radunarsi in pubblico in un modo tale da mettere a rischio la sicurezza e l’ordine pubblico con finalità di terrorismo; diffusione di notizie, informazioni e voci infondate; possesso di materiali in favore della caduta del governo e di una modifica costituzionale.