Ha scelto il rischio ad altissima tensione adrenalitica. Si lanciava dalle montagne, munito della modesta protezione di una tuta alare, allargava le braccia e volava, volava. Sembrava un angelo. Fino a quel maledettissimo albero a 1500 metri d’altezza nei pressi di Chamonix, forse un calcolo sbagliato di correnti ascensionali o soltanto una tragica fatalità. Alexander era il prodotto di due culture: Ilde, norvegese, ed Edoardo, imprenditore milanese del tessile, abituato alle montagne russe finanziarie, come ha scritto qualcuno. Dalla mamma, top model negli anni ’80, ha ereditato gli occhi blu cielo, la bellezza e il rigore. Mentre ha superato in audacia il già intrepido padre, che gareggiava, tra l’altro, nell’off shore.

Ho incontrato Ilde un paio d’anni fa a casa di un amico comune. Sempre bellissima, adesso fa la psicologa e vive a Londra. E’ lei la prima volta a parlarmi del base jumping. Mai sentito prima. E’ un’evoluzione del paracadutismo “da fermo”. E’ uno sport estremissimo che consiste nel lanciarsi nel vuoto, anziché da un aereo, da varie superfici: dirupi scoscesi, montagne a strapiombo, ponti, grattacieli. In confronto il paracadutismo è uno sport da principianti.

Il Base jumping (o più correttamente B.A.S.E. Jumping) è l’acronimo di: Buildings (edifici), Antennas (torri abbandonate o simili), Span (ponti), Earth (scogliere, picchi di montagna o altri tipi di formazioni naturali). Un volo di due o più chilometri. Si attera mediante un piccolo paracadute dentro uno zainetto che entra in funzione una manciata di secondi prima di toccare il suolo. A causa dell’elevata pericolosità di questo sport, molti paesi hanno dichiarato illegale questa disciplina. Qualche giorno prima aveano perso la vita nel base jumping anche l’altoatesino Uli Emanuele (il primo lancio con il paracadute a 16 anni) e Armin Schmieder, 28enne, originario di Merano.

In Italia non è ancora molto noto, Alexander ne è stato il pioniere, il testimonial. In un’intervista al magazine on line DW.com ha confessato di “essere terrorizzato all’idea di morire” e che scalare una montagna era, secondo lui, “più pericoloso dello skydiving, ma che avrebbe voluto imparare a farlo”.

Erri De Luca, provetto scalatore, ha scritto: “La montagna è per me un luogo deserto, dove si vede il mondo com’era senza di noi e come sarà dopo”. Pensiero condiviso in pieno da Alexander.
Avevo chiesto a Ilde come può una madre dormire sonni tranquilli sapendo che suo figlio per passione si butta nel vuoto. Mi aveva risposto, con l’emozione che le stringeva il cuore, che dopo ogni lancio, Alexander le telefonava e per lei, ogni volta, era come rimetterlo al mondo.

Il suo volo più spettacolare da Guiness dei primati è stato quello a 250 chilometri orari attraverso la Roca Forada, una spettacolare fessura di pochi metri, tra le rocce sul Montserrat, in Spagna.
Alexander aveva solo 31 anni e un coraggio da leoni ma è come se avesse vissuto 131 anni. E mi vengono in mente le parole della poesia L’Aquilone di Giovanni Pascoli: “Muore stringendo la sua fanciullezza al petto, come i candidi suoi petali un fiore ancora in boccia […] ti pettinò co’ bei capelli a onda tua madre […] adagio, per non farti male”.