Sostenitore impegnato del voto “no” al referendum autunnale sul combinato Boschi-Renzi, sento crescere le incertezze attorno all’esito della consultazione.

Certo, il duo promotore fornisce con i suoi autogol un formidabile contributo all’affossamento della proposta. Dimostrando la vacuità delle argomentazioni a favore delle proprie tesi ogni volta che si azzarda un ragionamento. Anche perché nel patetico tentativo di giocare a ripetizione la carta remaketipo la gita aerotrasportata a Ventotene (di un Renzi nell’imbarazzante ruolo di Altiero Spinelli) e le commemorazioni di presunti padri della patria (possibilmente aretini, come il non indimenticabile Amintore Fanfani) della Boschi – occulta il vero significato dell’operazione: inoculare dosi di autoritarismo oligarchico nel sistema istituzionale, per la sopravvivenza della corporazione che campa di politica e relativi famigli.

Purtroppo per noi, a tanta pochezza si contrappone la naturale propensione a darsi la zappa sui piedi della variegata compagine avversa alla coppia presidenziale, certificata dall’inettitudine sospetta con cui si è riusciti a NON raccogliere le 500mila firme per riequilibrare quelle del “Sì”. E altri tafazzismi politici sono presumibilmente in arrivo, pur di evitare che il pallino dibattimentale finisca in mano della pattuglia di autorevoli giuristi – da Zagrebelsky a Rodotà – che metterebbe in ombra il nucleo di reduci della politica politicante, famelici in permanenza di riflettore e talk show tv: dalla sedicente sinistra Pd fino a Sel.

Dunque, quanto si prospetta alle porte è un penoso torneo a “ciapa no” o “tressette a non prendere” (il gioco di carte caro a Gianni Brera, che consiste nel fare il minor numero di punti); in cui il risultato dipende dalla squadra che collezionerà il maggior numero di svarioni.

Appurato che il tutto è destinato a svolgersi nel vuoto assoluto di pensiero politico e che la scelta di voto risponde a criteri psicologici tra l’insofferenza e il disgusto, l’esito diventa interessante in quanto test della condizione emotiva della pubblica opinione nazionale; da individuarsi esplorando le motivazioni effettive sia del dissenso che del consenso.

Difatti, a prescindere dagli addetti ai lavori e concentrandoci sul corpo elettorale di base (scevro da alchimie nei suoi orientamenti innanzi a scelte binarie):

  • Il “no” suona a ripulsa di quello che il premier rappresenta, ossia la chiacchiera al servizio dell’arroganza di un potere senza principi, indifferente alla coerenza delle proprie affermazioni strumentali e con l’unico obiettivo di restare in sella a qualunque costo; senza dover rendere conto a nessuno. Il mix di colonizzazione democristiana della società da Prima Repubblica, rimessa a nuovo con robuste dosi di marketing politico berlusconiano;
  • Il “sì” rivela in molti casi la paura del vuoto, il bisogno comunque di punti di riferimento, a fronte del rischio ansiogeno di abbandonare il certo (pur in tutti i suoi aspetti deteriori) con un incerto interamente da verificare,

Temo che quest’ultima ragione peserà più di quanto non si creda, visto che l’Italia è un Paese vecchio e vizzo in misura crescente, indisponibile a qualsivoglia avventura, seppure liberatoria. Un Paese servile, portato a riverire il padrone, alle cui spalle continua a fare boccacce. Difatti sempre di più la propaganda renziana accantona i toni superomistici per battere sul tasto dell’instabilità (l’ennesima variazione sul tema “ce lo chiede l’Europa”).

E non c’è poi troppo da stupirsi: quello dell’orror vacui è un sentimento su cui continuano a puntare le odierne classi dirigenti palesemente inette. Del resto ci diceva qualcosa di analogo l’etnologo Marc Augé, osservando che “i proletari non sognano più di abbattere il sistema: temono che crolli”.