Ancora nessuna soluzione per la storia infinita della fabbrica di alluminio di Portovesme, nel Sulcis. La multinazionale americana Alcoa ha deciso di lasciare definitivamente lo stabilimento sardo, di cui aveva annunciato la chiusura già due anni fa, lasciandolo nel limbo visto che la anglo-svizzera Glencore, da tempo in trattative per acquisirlo, continua a prendere tempo nonostante gli sconti sul prezzo dell’energia concessi dal governo. In un comunicato firmato da Bob Bear, vice presidente Transformation di Alcoa, si spiega che la società ha intenzione di “avviare le attività propedeutiche alla riqualificazione del sito di Portovesme per lo sviluppo di nuove opportunità di business”. Decisione, si legge, presa “dopo aver constatato l’impossibilità di trovare un acquirente per lo smelter. Abbiamo collaborato quasi quattro anni con il governo italiano per trovare un acquirente idoneo per lo stabilimento, l’obiettivo adesso è proseguire con l’adempimento dei nostri obblighi e preparare il sito per attrarre nuovi business e creare opportunità di lavoro“.

Le promesse di Renzi, De Vincenti e Pigliaru – E dire che a febbraio il governatore della regione, Francesco Pigliaru, dopo un vertice a Palazzo Chigi aveva detto che l’esecutivo si era impegnato “a mantenere comunque aperta la prospettiva affinché nel Sulcis riparta la produzione dell’alluminio”. E il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti aveva assicurato: “Stiamo lavorando a un accordo con un gestore di energia per un’intesa di lungo termine (…) in modo da avvicinare il prezzo dell’energia a quello previsto nel memorandum of undestanding firmato negli anni scorsi con Glencore”. Poi, il 4 maggio, un mese prima delle amministrative, il premier Matteo Renzi in una delle sue dirette via Twitter e Facebook aveva tranquillizzato sullo stato della trattativa: “Ci rivedremo tra tre settimane, un fatto molto importante, molto difficile ma non impossibile, questo è il punto chiave”.

Unidos: “Imbroglio ai danni dei lavoratori e del territorio” – Ora, lamenta il deputato del partito regionalista Unidos Mauro Pili, “su Alcoa cala vergognosamente la maschera. La decisione di smantellare gli impianti è l’ultimo risultato di una farsa durata 4 anni che ha visto Governo e Regione responsabili e protagonisti di un imbroglio senza precedenti ai danni dei lavoratori e di un intero territorio. Si tratta di una mazzata finale costruita in ogni singola mossa dal governo di Renzi e De Vincenti, il governo delle promesse, dei rinvii, delle procedure europee inventate. Un governo che ha trovato una regione complice, inutile e incapace che ha avvallato questa ciclopica presa in giro”.

La proposta di Calenda per convincere Glencore. Che fa melina – A giugno, dopo anni di trattative a singhiozzo, il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda aveva cercato di mandare in porto la cessione a Glencore dell’impianto sardo offrendo nuovi sconti sull’energia. Non erano stati resi noti i dettagli della proposta avanzata alla multinazionale svizzera dopo un negoziato con la Commissione Europea, ma una fonte aveva riferito a Reuters che il governo “ha proposto [a Bruxelles] un taglio di circa 3 euro a megawattore dagli attuali 28,5 euro. Si è così avvicinato alla richiesta avanzata dal gruppo”. Una seconda fonte ha confermato che a Bruxelles è stata inviata una richiesta “per portare poco al di sopra dei 25 euro a mWh il prezzo per gli energivori“, ovvero i grandi consumatori di energia come Glencore. La tariffa scontata ovviamente riguarderà tutte le imprese energivore. In caso contrario, come già accaduto in passato e proprio per gli impianti di Portovesme, si rischia l’apertura di un contenzioso con Bruxelles per aiuti di Stato.

La Glencore, che inizialmente aveva annunciato che avrebbe risposto entro giugno, ha però preso altro tempo. “È evidente – hanno commentato il 3 agosto il segretario generale della Cgil Michele Carrus e il segretario nazionale Fiom Rosario Rappa – che la Glencore dovrà sciogliere la riserva una volta per tutte: confermare, come chiediamo, le proprie intenzioni di acquisire lo stabilimento, avviando immediatamente la due diligence funzionale sia alla redazione del piano industriale che alla predisposizione del contratto di sviluppo proposto dal governo, oppure dichiarare il suo disimpegno”.

Cgil: “Ammortizzatori sociali sono in scadenza” – La Cgil ha avvertito nel frattempo che gli ammortizzatori sociali sono in scadenza: “I lavoratori di Alcoa in cassa integrazione sono 436; un terzo perderà l’assegno a dicembre, un terzo l’anno prossimo e un terzo a fine 2017; a questi lavoratori si aggiungono i circa 400 dell’indotto”. L’impianto, che contava circa 500 operai, ha praticamente interrotto la produzione già nel novembre 2012, a causa degli alti costi legati all’energia e, secondo l’azienda, alle limitate possibilità di diventare più competitivo anche a fronte della concorrenza cinese.

Fim-Cisl: “Situazione al limite della disperazione” – Secondo il segretario generale della Fim -Cisl, Marco Bentivogli, “il comunicato di Alcoa è sintomatico della gravità della situazione. In realtà non è assolutamente vero che Alcoa in questi quattro anni dalla chiusura dello smelter abbia collaborato con il Governo alla ricerca di un nuovo acquirente; Alcoa ha impedito sia la visita dello stabilimento, che la due diligence a qualsiasi nuovo investitore”. Bentivogli chiede “che il ministro Calenda e il Premier Renzi prendano rapidamente in mano la situazione giunta ormai oltre il limite della disperazione. Il programma annunciato il 5 agosto scorso dal ministro prevedeva la ricerca di nuovi investitori a fine di questo mese, anche per questo la decisione di Alcoa appena giunta, ancora una volta, non aiuta verso una soluzione positiva. Chiediamo che venga convocata immediatamente Alcoa e si chieda di rettificare la propria posizione, la situazione è già gravissima e in autunno si rischia la disperazione totale con la fine della copertura degli ammortizzatori sociali. Il prossimo incontro è previsto il 5 di settembre al ministero dello Sviluppo Economico”.