La gente arriva poco alla volta in Piazza Taksim, da tutte le parti della città. I mezzi pubblici non si pagano più da sabato scorso, i tornelli girano a vuoto e, fino a domenica, battelli, tram, metropolitana, autobus rimarranno gratuiti. Così la piazza si riempie e verso le nove della sera è un mare di bandiere con la mezzaluna che sventolano come onde rosse mosse dalla brezza notturna. Due grandi bandiere rosse, come arazzi giganti sono state innalzate davanti a due palchi dai quali i maxischermi trasmettono immagini e musiche patriottiche. Il popolo di Edrogan è padrone delle piazze e delle strade in molte parti della città e anche qui, a Taksim, in quello che è sempre stato considerato uno dei luoghi sacri della laicità turca. Vicino ad uno dei palchi, un gruppo di ragazzi sventola uno stendardo con il volto del presidente e scandisce a gran voce “ Bismillah! Allauh Akbar!”. Alcuni di loro, per lo più giovanissimi, agitano le mani facendo il gesto dei lupi grigi. Il classico saluto dei lupi spunta soprattutto da gruppetti di 18-20enni. Erdogan che, in passato, non aveva molto a che spartire con questo tipo di nazionalismo, è dunque diventato anche il loro leader.

Sul monumento di Ataturk, vicino allo sbocco di Istiklal Caddesi, si sono arrampicati altri sostenitori di Erdogan. Se ne stanno lì in piedi sul monumento, vicino alla statua che raffigura il padre della patria con in mano le bandiere che raffigurano Erdogan e l’aria soddisfatta di chi ha espugnato un forte. Inneggiano festosi al loro leader: “Recep Tayyp, Recep Tayyp, Recep Tayyp Erdogan!!”. Per settant’anni, questa parte della popolazione, i ceti più bassi, la gente meno istruita e più attaccata ai valori tradizionali (primo tra tutti la religione), è stata comandata a bacchetta da un’elite kemalista. Erdogan è il loro paladino, l’uomo che ha ridato dignità a quella Turchia che la parte più occidentalizzata del Paese ha sempre guardato con un misto di snobismo e di imbarazzo.

Questa è la gente che ha in mano la piazza, una folla per lo più pacifica e festosa. Anche se non manca qualche provocazione, più o meno consapevole, verso quella Turchia laica e kemalista che fino a poco tempo fa li guardava dall’alto in basso. I ragazzi appollaiati sulla statua di Ataturk, uno dei quali, per salire più in alto, appoggia tranquillamente un piede sulla testa di Mustafa Kemal, che gridano slogan islamici e inneggiano ad Erdogan, devono far ribollire il sangue nelle vene di alcuni loro connazionali. Molte donne indossano il turban, il foulard tradizionale turco, altre hanno il viso completamente coperto ma la questione del velo non è così importante. In piazza ci sono a anche donne a viso scoperto, fianco a fianco con le altre che, invece, si coprono il capo e il volto. In molti casi sono venute insieme, sono amiche o parenti. E sebbene le donne abituate a vivere all’occidentale temano un’islamizzazione della società, nessuna di quelle con le quali ho parlato in quest’ultima settimana crede che questo potrà essere un problema immediato per la Turchia.

Recep ha lo stesso nome del presidente, ma i punti in comune finiscono qua. Ha 30 anni e, nel 2013, ha partecipato alle proteste di Gezi Park. Lui non sta andando a Taksim a festeggiare, tuttavia dopo la notte del tentato golpe, si sente sollevato dal fatto che Erdogan sia ancora al potere. L’attacco notturno dei militari, con il rumore degli aerei che volavano bassissimi, le esplosioni, i colpi di arma da fuoco per le strade e le immagini dei civili uccisi si è mischiato con i ricordi, per i meno giovani, e per gli altri con i racconti dei genitori e dei nonni a proposito dei tre sanguinosi colpi di stato del ‘900. Il fallito golpe ha traumatizzato i turchi che tra il salto nel vuoto del governo di una giunta militare e un presidente eletto, hanno scelto in massa il secondo.

Ora Erdogan, nella piazza delle proteste di Gezi Park, vuole costruire due caserme, un teatro dell’opera (al posto del centro culturale di Ataturk) e una nuova moschea. A questo proposito Recep mi stupisce (ma soltanto un po’ vista la popolarità di Erodgan in questi giorni in Turchia) quando dice: “Mi sta bene la creazione di una grande zona soltanto pedonale, non ho problemi neppure con il teatro e con la moschea.” Poi si ferma un attimo e aggiunge: “Se, però, Erdogan e il suo partito pensano di fare questo come rivincita sul movimento di Gezi Park, sbagliano. Gezi Park è ancora un punto sensibile e questo non sarebbe un buon modo di pensare”. Probabilmente ha ragione. Erdogan ha un grande consenso, una popolarità vasta come non mai in Turchia. Difficile dire a quale percentuale potrebbe arrivare si votasse oggi ma sarebbe certo molto, molto alta. Tuttavia se dovesse decidere di utilizzarla soltanto per fare delle prove di forza e per avere una rivalsa su chi lo ha sfidato anche una popolarità così grande potrebbe, prima o poi, esaurirsi.