Quanto più una violenza senza limiti torna a segnare il nostro tempo, tanto più nel respingerla le accreditiamo tratti bestiali. Lupi solitari, chiamiamo i terroristi acquattati dietro una normale vita psicotica. Bestie islamiche, strilla la stampa della destra dopo ogni grave attentato. Il jihadismo che vuole massacrarci ci sembra estraneo alla civiltà umana, dunque bestiale; e ferino, con crudeltà di fiera, appare anche il turpe che ha dato della ‘scimmia africana’ ad una soave ragazza nigeriana e poi ha colpito il marito, uccidendolo: la scimmia sei tu, che sei feroce come uno scimpanzè, lo rimbecca Michele Serra.

Eppure il terribile paradosso col quale dovremmo misurarci è che nulla è più umano del disumano. Quel compiacimento della malvagità che fu un tratto distintivo del nazismo e lo è oggi dei guerrieri della jihad, non trova corrispondenze nel comportamento di altri primati. La gioia torva del ‘branco’, altro termine mutuato dalla zoologia, nell’umiliare o linciare un indifeso esprime un di più che eccede la sovreccitazione del gruppo animale quando uccide. E comunque è l’homo sapiens l’unico mammifero che riesca a progettare il massacro di suoi simili fuori da ogni necessità (anche tra i pochissimi animali che praticano l’overkilling, l’uccidere oltre quanto prescriva l’appetito o la lotta per il territorio, non vedremo mai, per esempio, le faine organizzarsi in branchi per fare fuori tutte le galline di un territorio).

In Cose viste, storie di uomini e di altri animali, Pietro Del Re, inviato di Esteri per Repubblica, racconta la disumanità dell’umano dalla parte di chi la subisce, siano uomini o bestie. Questo mescolare i due generi è una scelta etica ed estetica tentata raramente ma con risultati interessanti (per esempio ‘La Frontiera dei cani’ di Marie-Luise Scherer, sulla zona chiusa che separava le due Germanie; o il documentario sull’assedio di Sarajevo che Adriano Sofri girò andando appresso ad un cagnolino pelle-e-ossa, nella cui vita precaria si specchiavano le esistenze precarie di ciascun sarajevita). Anche Del Re riesce ad appassionarci a storie di vite minacciate, di guerre e di cani nel mirino di fucili; e di orsi, elefanti, ratti di Filicudi, lupi francesi, gorilla ivoriani, tigri della Tasmania (che tigri non sono) ormai sterminate e gatti australiani minacciati di sterminio…

E ci riesce perché racconta tanto la sofferenza delle bestie quanto la sofferenza degli uomini attraverso un’emozione cui non saprei dare altro nome se non quello di compassione. Che in questo caso vuol dire stare istintivamente dalla parte dei braccati e dei randagi, siano i bambini di Aleppo o i cani rumeni sterminati nel corso di una specie di crociata, il solitario clandestino afghano che a tredici anni sogna di raggiungere l’Olanda o gli ottomila orsi prigionieri di mercanti cinesi che commerciano la loro bile, le ragazzine yazide sfuggite ai guerrieri dell’Isis dopo infinite violenze o il vecchio ronzino che Del Re compra in Macedonia per sottrarlo alle botte del padrone; e così si ritrova nel centro di Skopije con un cavallo che non sa dove parcheggiare.

Che vi sia una relazione oscura tra l’infliggere dolore agli animali e l’infliggere dolore agli uomini lo dicono studi americani sui serial-killer: parte rilevante dei quali ha cominciato il percorso di assassino torturando e ammazzando bestie, pratiche nelle quali ha scoperto un godimento cui non ha più voluto rinunciare. Spesso l’ideologia finisce per legittimare questo piacere profondo, offrendo ad un’infinità di psicopatici il pretesto di una Causa suprema o di una necessità militare.

Durante lo sterminio cambogiano – mi raccontò uno dei sette sopravvissuti del ‘centro di interrogatori’ di Tuol Sleng – il partito comunista fu costretto a diramare una direttiva interna per ricordare ai giovanissimi khmer addetti alle torture che il loro compito era estorcere informazioni, non divertirsi. Si intravede compiacimento del male anche negli stili di combattimento di cui Del Re si imbatte in Siria, sia tra i ranghi dell’esercito di Assad sia tra i jihadisti variamente inquadrati; ma non tra alcuni soldati del Free syrian army, ormai in dissolvimento e probabilmente sconfitto. Del Re sceglie la loro parte. Il suo schierarsi è sommesso e si tiene lontano dal fracasso dell’indignazione, ma ugualmente non piacerà al giornalismo che si pretende neutrale, per il quale alla fine tutti i gatti sono bigi. Eppure senza questo cedere alla compassione, con il pudore che attiene ai sentimenti autentici, il giornalismo di guerra non è altro che rambismo, il gesto atletico di chi magari rischia la pelle ma per un motivo frivolo come firmare uno scoop, come raggiungere qualche posto per primo.