“I raid di Israele in Siria potevano scatenare una guerra con la Turchia”: la rivelazione dell’ambasciatore Usa
Il recente attacco israeliano sulle basi militari in Siria ha rischiato di scatenare uno scontro che, potenzialmente, poteva coinvolgere anche gli Alleati della Nato. A rivelarlo è l’ambasciatore americano in Turchia e inviato speciale di Washington per la Siria, Tom Barrack, che parlando al Jerusalem Post ha spiegato come la decisione di Tel Aviv di non avvertire Ankara sui propri piani di attacco ha rischiato di far decollare gli aerei da guerra di Erdoğan per paura di una minaccia imminente.
“Le forze turche non erano a conoscenza del fatto che gli aerei israeliani fossero diretti verso quella specifica base siriana, né del loro scopo, e pertanto avrebbero potuto essere indotte a far decollare i propri jet credendo di essere a loro volta sotto attacco“, ha spiegato il diplomatico. Che ha poi aggiunto: “Gli eventi di ieri sono stati gravi e preoccupanti. Tuttavia, siamo sollevati dal fatto che nessuna vita umana sia stata messa a rischio e che la situazione non sia degenerata”.
È di martedì la notizia, diramata dal governo siriano dell’ex qaedista Ahmad al-Sharaa, di otto raid aerei israeliani sulla pista e sui depositi di Abu al-Duhur, a circa 70 chilometri a est del confine turco, nella provincia di Idlib. Il governo israeliano ha motivato la sua azione sostenendo che ospitando gli aerei turchi Damasco ha violato lo “status quo concordato con Israele in materia di sicurezza. Israele ha ripetutamente avvertito la Siria che un simile dispiegamento avrebbe rappresentato una minaccia per la sicurezza di Israele. La Siria ha scelto di ignorare questi avvertimenti”, fanno sapere dall’ufficio del primo ministro, Benjamin Netanyahu.
Quest’ultimo attacco non fa che alzare ulteriormente la tensione tra Israele e Siria, presto risalita nonostante il cambio alla guida del Paese dopo il colpo di Stato che ha portato al potere al-Sharaa, sostenuto anche dagli Stati Uniti. Tel Aviv, invece di cercare di instaurare buoni rapporti di vicinato, ha colto l’occasione per dare inizio all’occupazione di una fetta di terreno ancora maggiore sulle Alture del Golan siriane, sfruttando anche gli scombussolamenti interni al Paese dopo il rovesciamento del regime di Bashar al-Assad. “Attualmente siamo impegnati in colloqui riservati con tutte le parti interessate per rilanciare una cellula di de-escalation tra Israele e Siria. La Turchia potrebbe essere invitata a partecipare direttamente o indirettamente – ha spiegato Barrack – Sarebbe chiaramente vantaggioso istituire un sistema di questo tipo in modo permanente e a tempo pieno, con una cellula di coordinamento attiva 24 ore su 24 e composta da personale che parla fluentemente ebraico, arabo, inglese e turco, sia attraverso una struttura formale che tramite un canale più flessibile e informale. Una comunicazione affidabile rimane essenziale”.
A preoccupare Israele, però, non è tanto la guida a Damasco, bensì i rapporti sempre più stretti che la nuova leadership ha avviato con Ankara, da anni ormai in aperto conflitto regionale con Tel Aviv. Il disimpegno dei Paesi del Golfo e lo sforzo iraniano nel preservare la propria integrità dagli attacchi di Usa e Israele hanno infatti convinto Recep Tayyip Erdoğan a presentarsi come il difensore della causa palestinese nel mondo musulmano e non solo. Una mossa che ha ulteriormente peggiorato i rapporti con lo Stato ebraico. Ma uno scontro militare avrebbe conseguenze devastanti su tutto il pianeta: si tratterebbe di una guerra tra il principale alleato degli Stati Uniti nell’area e la seconda potenza militare della Nato che ha recentemente siglato un accordo di Difesa anche con Arabia Saudita e Pakistan.