Non hanno perso tempo. I corpi degli agenti uccisi erano appena stati portati via dalla scena della strage di Dallas. Il responsabile presunto, Micah Johnson, era ancora barricato al secondo piano del garage, da dove la polizia cercava di stanarlo. I media conservatori non perdevano però tempo e suggerivano una tesi: che la morte dei cinque agenti sia diretta responsabilità di Black Lives Matter, il movimento nato nel 2013, subito dopo la morte di Trayvon Martin e l’assoluzione del suo assassino, George Zimmerman. Con Black Lives Matter, sul banco degli imputati, saliva anche lui, Barack Obama, il presidente nero che soltanto qualche ora prima aveva detto che nella giustizia americana esiste il pregiudizio razziale.

Ha incominciato Joe Walsh, ex deputato repubblicano dell’Illinois, oggi ascoltato conduttore di uno show radiofonico. In un tweet, poi cancellato, Walsh ha scritto: “Questa è una guerra. Attento Obama. Attenti Black Lives Matter. L’America vera vi sta per ritenere responsabili”. Poco dopo è stata la volta di “Drudge Report”, un aggregatore di notizie con il gusto del titolo forte e della provocazione (spesso di taglio reazionario). “Black Lives ammazza 4 poliziotti”, ha scritto in un titolo “Drudge”. In entrambi i casi, si è trattato della punta estrema dell’iceberg. Per ore, su Facebook, Twitter, sui social e in molti media il mondo conservatore americano ha accusato Black Lives Matter di essere quanto meno l’ispiratore morale della strage.

Poco importa che la notizia non abbia alcun fondamento. Poco importa che Micah Johnson non fosse affiliato al gruppo. Poca importa che i rapporti tra la polizia di Dallas e la sezione locale di Black Lives Matter siano tendenzialmente buoni. Prima che Johnosn iniziasse a sparare, gli agenti di polizia si sono fatti fotografare abbracciati a manifestanti e militanti. E la polizia di Dallas ha, negli ultimi anni, riorganizzato le sue file con una particolare attenzione al tema della diversità e della lotta al pregiudizio. Le denunce per uso eccessivo della violenza, nei confronti della polizia di questa città texana, sono radicalmente diminuite. Erano 147 nel 2009; sono diventate 13 nel 2015.

La manifestazione di Dallas non era del resto organizzata contro la polizia di Dallas. Era, come spesso accade per le azioni pensate da Black Lives Matter, un modo per evidenziare, anche con azioni clamorose, di disturbo, le contraddizioni e il razzismo insito nel sistema americano. Le accuse verso il gruppo non sono comunque nuove. Lo scorso settembre, dopo l’assassinio di un poliziotto di Houston da parte di un afro-americano. Bill O’Reilly, una delle voci più ascoltate dei conservatori americani, ha detto che il movimento “predica l’odio”; O’Reilly ha anche mostrato un cartello, esibito da una aderente di Black Lives Matter, che dice: “Friggeteli (i poliziotti) come il bacon”.

E’ stato un altro repubblicano, ex candidato alla presidenza, Ted Cruz, a dire che il movimento, nato soprattutto per le strade di Baltimore e Ferguson, “vilipende le forze di polizia e mette in pericolo la sicurezza di noi tutti”. E l’anchor di Fox, Kimberly Guilfoyle, ha spiegato che “la loro agenda suggerisce che è ok prendersela e uccidere I poliziotti”. I dubbi sono stati fatti propri anche dai democratici. Per esempio, Martin O’Malley, anche lui ex candidato alla presidenza, durante un comizio ha detto: “Le vite dei neri contano. Contano anche quelle dei bianchi. Tutte le vite contano”, suscitando però un putiferio presso il suo elettorato, che lo ha costretto a fare marcia indietro e spiegare che non intendeva attaccare il gruppo.

Il fatto è che, sin dalla sua nascita, Black Lives Matter ha suscitato dubbi e obiezioni – all’interno dello stesso movimento afro-americano. Già il nome è stato giudicato da alcuni come una prova di suprematismo, non differente da quello della destra radicale bianca. E poi ci sono le tattiche usate: interruzione dei discorsi dei candidati politici occupazione delle strade e blocco del traffico, canzoni e slogan spesso particolarmente polemici. Sono tattiche comuni anche ai gruppi per i diritti civili degli anni Sessanta (molti degli attivisti di allora venivano arrestati con l’accusa di “disturbo alla quiete pubblica”) che Black Lives Matter riporta in auge e radicalizza.

Il movimento non ha del resto una struttura centralizzata e una leadership definita. Ci sono stati certo dei fondatori – Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi – e ancora oggi esistono delle figure di riferimento e una trentina di sedi dislocate in tutta l’America. Di più: recentemente Black Lives Matter ha anche cercato di darsi degli obiettivi concreti, come rendere pubblici i curricula degli agenti e obbligatoria la presenza di telecamere per le pattuglie in servizio – e questo per coalizzare le forze disperse attorno a fini condivisi. Detto ciò, Black Lives Matter ha sempre sostenuto di non poter controllare i suoi membri, di non poter orientare le loro opinioni né vigilare sulle loro azioni – trattandosi appunto di un movimento, non di un partito.

Questo rifiuto di assumersi responsabilità generali è stata criticata da alcuni settori della politica americana, e vista come un implicito via libera a eventuali azioni violente nei confronti della polizia. In queste critiche si può del resto intravvedere anche il fastidio che Black Lives Matter solleva. A differenza della leadership afro-americana nata alla politica negli anni Sessanta, nella stagione dei diritti civili – per esempio il reverendo Al Sharpton o Jesse Jackson – i giovani leader di Black Lives Matter non delegano i bianchi a rappresentarli nella battaglia per i diritti. Non controllano un voto afro-aemricano, da portare poi in dote al politico democratico di turno. Sono molto più autonomi dalla politica, più consapevoli delle loro richieste, dei loro diritti, portati a sorpassare la politica e le stesse strutture tradizionali del potere afro-americano attraverso un appello diretto all’opinione pubblica, attraverso i social media.

Black Lives Matter è, insomma, un movimento che accompagna naturalmente la presidenza di Barack Obama. L’ascesa del primo presidente nero alla Casa Bianca fa infatti da un lato scattare nuove forme di pregiudizio e di crimine razziale, di opposizione testarda e violenta da parte dell’America che non accetta un nero a capo della nazione. Non è un caso che, in questi ultimi anni, le morti di afro-americani per le strade d’America, siano aumentate. D’altra parte, l’elezione di Obama libera anche molte energie all’interno del movimento afro-americano; dà ai neri il senso dell’apertura di nuove possibilità; mostra che subordinazione e minorità non sono inevitabili.

Dallo scontro di queste due tensioni opposte nascono anche i dissidi, i sospetti, le accuse di queste ore. Non è del resto un caso che Barack Obama – per esempio nel tweet di Joe Welsh – venga associato a Black Lives Matter, come se fossero la stessa cosa. Il politico afro-americano alla Casa Bianca è l’altra faccia di un movimento che prende in mano il destino e il futuro dei neri, e non lo delega più al potere tradizionale, più o meno paternalistico. Resta da vedere, a questo punto, come Black Lives Matter riuscirà a rispondere alle nuove sfide. Come, e se, riuscirà a trasformarsi da movimento di protesta per le strade in gruppo di pressione che chiede quello che Obama ha chiesto, due giorni fa, dopo l’uccisione di Philando Castile a Minneapolis: e cioè un intervento della politica per “riformare un sistema legale segnato dal pregiudizio”.